Quel detto proverbiale che rende allegro omaggio all’indole di un pittore, figurandolo “nato con il pennello in mano”, sembra fatto apposta per Giovanni Boldini, ferrarese di nascita, fiorentino di formazione e ritrattista parigino di professione. La principale caratteristica del suo temperamento fu sempre l’istintività, la violenza quasi.

Giunto a Firenze non indugiò a colmare il distacco cronologico che lo divideva dai macchiaioli, gareggiando, per urgenza pittorica, con loro, che godevano il vantaggio di un’esperienza costituita, dovuta alla maggiore età. I suoi dipinti di quel periodo destano l’idea di una raffica di tratti e tocchi che si organizzano, seguendo una declinazione designativa ben articolata, in un ritratto, in un’impressione, in un interno, nei quali la teoria e la pratica della macchia appariranno in parte riassorbite. Le persone che egli veniva ritraendo gli si rappresentavano dinanzi situate esattamente nel diagramma della loro sorte come in un io stemma, per quella sua facoltà chiromantica di leggerne il destino. Egli aveva pure il dono gratuito dell’infallibilità dell’occhio e della mano, e spesso, come tutti gli infallibili, era crudele. A Firenze, all’ombra dei macchiaioli, la sua crudeltà, celata fra le pieghe sentimentali della giovinezza e gli entusiasmi ispiratigli per la pura arte nuova, si manifestò soltanto attraverso il rictus dei suoi ritratti intensamente biografici, ove la persona raffigurata , di Abbati o di Fattori o di Cabianca, appare come imprigionata nel suo carattere e nel suo destino. A Parigi, il suo temperamento insofferente di costrizioni e di prudenze estetiche, tutto teso nell’atto di sciogliere sulla tela il nodo figurativo del modello estraneo, si poté sfogare con un suo furore aggressivo, che sostituiva l’ispirazione infrangendone fin anche i limiti. La cosa è manifesta, se non sempre l’arte, il virtuosismo di Boldini è di una specie superiore all’eccezione che mestiere e virtuosismo comportano solitamente. Li assisteva una facoltà di cui erano forse inconsapevolmente strumento, “il sentimento di intuizione di un’epoca”, come lo definì Signorini. Le sue figure di donna, i suoi ritratti virili, da quello forbitissimo di Whistler a quello elegantissimo del conte di Montesquiou, di proustiana memoria, fanno epoca.

Si aggiunga che egli aveva in sé, nel suo carattere irascibile, quel tanto di malumore maschio e quel resto di collera virile che occorrevano per poter affrontare con successo la mondana impresa di dipingere belle o brutte donne francesi, con un impeto energico contrario alla loro “faiblesse”, che le costringeva a denudarsi anche psicologicamente. Riportava altrove, questa energia ferrarese lo faceva degno di stampare sulla tela il volto, il cilindro, la sciarpa al collo del vecchio Verdi incrollabile.