Boldini e Ferrara:

“Je suis italien  de Ferrare”: egli appoggiava la voce sul nome della città guardando al di sopra degli occhiali l’interlocutore quasi a sorprenderne la reazione.

Una volta quell’interlocutore fui io.

Sono molti anni fa: ieri era per me, un attimo per il Signor Tempo, ma ben trentasette anni per i nostri calendari.

“Ferrara!…” eclamai, e cercavo qualche cosa da dire: Ariosto, Isabella , Parisina, i soliti nomi, ma prima che riuscissi ad improvvisare una frase Boldini levò il dito come per rimproverare un bimbo: “Ho capito, signora giornalista, viaggiate, volete conoscere Parigi, il mondo intero, ma non conoscete il vostro paese”.

Non conoscere Ferrara, che vergogna!

Intravidi Ferrara cinque anni dopo quando, vedova del grande pittore, del grande uomo, accompagnai la sua spoglia nella sua città.

Ricordo che in quel grigio, in quel freddo (era il gennaio del 1931), frastornata dalle emozioni, dal viaggio, dalla folla che cercava, giustamente incuriosita, di indovinare i miei lineamenti nascosti dal fitto velo nero, una frase, stupidamente, mi era venuta alla memoria e la ripetevo fra me e me: “Boldini de Ferrare”.

Un articolo consacrato a Lui era stato intitolato così: “Boldini de Ferrare”, quasi non si potessero separare quei due nomi.

Stabilitosi a Parigi alla fine del 1871, Boldini, che ebbe lo spirito più parigino dei suoi tempi, che capì ed intuì Parigi come si capisce e si intuisce l’oggetto di un grande amore, non dimenticò mai la grande patria e tanto meno la piccola.

Se si pensa che Boldini ha vissuto solo venti anni a Ferrara, otto a Firenze e sessanta invece a Parigi, che adorò Parigi, la vita parigina, perfino i “trottoirs”come lui diceva, questo ostinato, fedele e chiaro amore per la terra natale è patetico e meraviglioso.

Boldini ha avuto pochi sentimenti ma tutti eccessivi e profondi.

Era un uomo piccolo ma aveva l’anima di un gigante.

Ho ripetuto mille volte, e lo ripeterò fino al mio ultimo respiro, che Boldini, questo genio della pittura, questo artista “incroyable” come lo definì un critico, è stato ancora più grande come uomo che come pittore. I suoi cari Mani mi perdonino: io che ammiro la sua arte sopra ogni cosa, proprio io, debbo dire che qualcuno è stato più grande di Lui, Egli stesso.

L’ho conosciuto quando io ero nel fiore della giovinezza e lui nell’estrema vecchiezza. Ma posso dire, come sempre ho detto, che non è possibile incontrare un uomo che avesse, come lui aveva, la freschezza e la vivacità quasi infantile delle impressioni, la più squisita tenerezza, la volontà più caparbia, l’analisi più spietata e il più eroico amore per il proprio lavoro.

Elegante, raffinato e semplicissimo, la spontaneità di ogni suo gesto, anche se crudele, faceva di lui un essere unico al mondo: il “grande uomo” di cui si favoleggia e che non si incontra mai.

Vorrei dire ai Ferraresi da Lui tanto amati, alle donne di Ferrara da Lui tanto ammirate, alla città di cui mio disegnava a volte le strade e i monumenti: amatelo, consideratelo uno dei Numi tutelari della vostra Città, siatene ciecamente fieri come Egli ciecamente era fiero di voi.

Dal catalogo della mostra di Giovanni Boldini , Ferrara , Casa Romei 25 luglio – 31 ottobre 1963 , a cura di Emilia C. Boldini- Giuseppe Gelli – Enrico Piceni: