Emilia Cardona,vedova di Giovanni  Boldini , in catalogo della Galleria d’Arte di Renato Attanasio, Roma, 1952

 

Sera dell’11 gennaio a Parigi. Nella villetta rossa avvolta nelle nebbie del Boulevard Berthier, sinistro sotto il leggero nevischio, Giovanni Boldini si spegneva dolcemente.

In quelle ultime ore Egli ancora riusciva a far sorridere chi lo curava. Verso le dieci, una espressione di gravità nuova velò il volto stanco, ed il Maestro chiamò la giovine moglie. Inginocchiata accanto al letto, la signora appoggiò la guancia alla mano scarna che la cercava. Accarezzando i capelli della testa affranta  il Maestro implorò: “Ne pleure pas, mon enfant…ho tanto vissuto …Non ho paura…non temere” – aprì i grandi occhi azzurri, e con voce alterata ma stranamente forte e risonante, aggiunse:”Quando sarò guarito ti comprerò un vestito nero…lungo e ti farò un ritratto grande…grande…così”.

Poche ore dopo Giovanni  Boldini moriva serenamente, senza sforzo, con una certa eleganza di uomo che fa bene ogni cosa a suo tempo, quell’eleganza semplice e naturale con cui aveva vissuto.

Il grande studio dove Boldini aveva lavorato per oltre mezzo secolo era ingombro di tele, do oggetti d’arte, di mobili, di cartelli, di disegni, di albums. Ecco: Ferrara ci viene incontro col quadretto antico che contempliamo con reverenza: “Il cortile della casa paterna”. Quest’opera , frutto dei quindici o sedici anni di Boldini, è anche il suo spontaneo programma d’arte.

Fra i quadri, da una piccola cornice, una fotografia svanita pare mandarci il suono di una voce dolente che fa tacere ogni altro richiamo.

E’ Giulia Passega che, le mani incrociate sulla grande crinolina, sembra chiedere perdono al Nostro glorioso di non aver saputo capirlo e di aver fatto nel cuore giovinetto quella ferita sempre sanguinante che è il marchio di un amore inconsolato. Non vi sono ritratti di Giulia dipinti da Boldini; però la piccola ferrarese ispirò tutta la sua arte e fu la trionfante rivale di tutte le donne che l’amarono pi: forse un solo amore, benché di natura differente, può stare in grandezza accanto a quello che Boldini ebbe per Giulia Passega, e fu l’ultimo amore della sua vita.

Era andato a Londra, Boldini, nel 1870, cedendo alle insistenze di un ricco mecenate inglese, Sir Cornwallis-West. A Londra conobbe il primo lusso e la prima vera gloria. Ma la vita quale egli amava, leggera, seducente, fantasiosa, piena di quella grazia mondana che a volte sembra eroica, quando sa velare un dolore sotto un sorriso e nascondere una profonda tragedia sotto una frase cortese, Giovanni Boldini l’aveva intuita più che conosciuta a Parigi dove aveva passato qualche giorno per vedere l’Esposizione del 1867.

Stanco della vita londinese, nel 1871 Boldini fu a Parigi, istallandovisi “provvisoriamente”, di quel “provvisorio” che non abbandonò mai perché era convinto di poter tornare da un giorno all’altro in Italia, a Ferrara.

Guidato da un gusto innato che lo rendeva infallibile nella scelta degli oggetti antichi, egli si circondò di mobili, di costumi e delle stoffe delle due epoche che amava, il Settecento e l’Impero.

Dopo il clamoroso successo dei quadri “La Place Pigalle” e “La Place Clichy” esposti nel 1876, il ritratto della Contessa Gabriella de R. segna il trionfo di Boldini all’Esposizione dei Champs de Mars del 1878.

Amico di Degas, dipinse pastelli che facevano andare in collera il Maestro francese, il quale entusiasta gli gridò un giorno: “Vous êtes un monstre de talent!”. Fu anche amico e protettore di Gemito che aiutò in mille modi facendogli fare perfino il proprio ritratto, maniera elegante con la quale gli artisti si aiutano tra loro.

Quando qualcuno diceva a Boldini che egli trasformava tutto, che dava eleganza ad ogni cosa, egli protestava e dichiarava che aveva dipinto ciò che aveva visto. Infatti era vero, ma egli “aveva visto” attraverso il meraviglioso prisma della sua folle sensibilità.

Che cosa dà tanto fascino al piccolo pastello rappresentante Verdi?

Nella precisione dei tratti aleggia un imponderabile fluido vitale. “Un momento, Maestro, non si svesta”, e febbrilmente, in pochi momenti, crea quel capolavoro di ritratto che Boldini stesso ha donato al Museo di Valle Giulia e a cui la materia dà quel velluto che non può rendere se non il pastello.

Al nobile e grave volto di Verdi si contrappone la testa di Sem dall’espressione disincantata propria al giornalista di prima della guerra, rotto a tutti i segreti di Parigi e scettico su tutto.

Si dice che in Francia tutto finisce in canzoni: in Giovanni Boldini tutto finisce in pittura; ecco perché noi troviamo dei disegni sulla lettera che gli annuncia la morte di una persona cara, nella partecipazione di matrimonio di un’amante adorata e sulla lettera di un Agente di cambio che gli annuncia una catastrofe finanziaria.

13 gennaio 1931… col giorno che entrava dalle finestre aperte splendettero gli argenti di una bara. Tanta luce nel mondo…ed Egli già ombra!

Il pallido sole parigino lo invitava a partire per quel viaggio che aveva tanto desiderato compiere una volta ancora, il viaggio di ritorno alla sua terra natale. Già in quella grigia alba, Egli aveva raggiunto la rosea città di Ferrara e gli spiriti paterni e fraterni di Cosmé Tura, di Pietro Cossa e con essi, indulgenti. Egli andava ricercando fra le antiche strade i ricordi della sua prima gioventù.