Come ho detto, Zandomeneghi (ma il suo nome fu ben presto abbreviato in Zandò) entrò subito nel vivo della battaglia impressionista seppur con idee, ricerche, intenti e tecnica tutte personali (del resto non sono forse tutti i massimi componenti dell’Impressionismo personalità diverse, spesso opposte, fra loro?). Degas lo presentò al grande mercante Paul Durand- Ruel e il “Vénitien” poté dedicarsi tutto, nascondersi quasi nella sua pittura. I bollenti spiriti che avevano dominato tutta la sua giovinezza trovarono ormauìi ua sola meta e un solo sfogo, l’Arte, e le appassionate ricerche, i tentativi più audaci e diversi per giungere alla scoperta e al coronamento della propria personalità più profonda e sincera. Furono davvero anni di autentiche, svariatissime avventure e di questo periodo ci restano a testimonianza opere singolari e talvolta contrastanti, pietre miliari lungo il tormentato cammino di un artista d’eccezione¹. E qui ci sembra di dover accennare se pur brevemente a quelle che sono le caratteristiche della pittura di Zandomeneghi in confronto a quelle dei due Maestri ai quali egli venne più spesso accostato, e con tanta superficiale ostinazione: Degas e Renoir.

Nel colore anzitutto Zandò resta italiano, anzi veneziano, pur se scompone la sontuosa stoffa cromatica dei suoi predecessori in trame sottili e vibranti, con una punta di onesto decadentismo. Quei verdi, quei rossi, quegli azzurri a volte un po’ scoperti e dissonanti ma più spesso gustosamente e arditamente accordati nulla hanno a che fare col colore avaro, magro, acre di Degas o con le madreperlacee patine di Renoir. Per quanto poi riguarda il disegno non troviamo in Zandò le ardite sprezzature dei pastelli di Degas, né la fusione evanescente delle tele di Renoir: il segno del veneziano, nel suo arabesco morbido e preciso, è più fluido, più chiuso, più rispettoso della forma. E in questo il pittore è servito a meraviglia dalla sua tecnica, una specie di libero divisionismo che pettina – vorrei dire – agilmente i toni mantenendone la freschezza e il nitore. La pennellata nelle tele è duttile, il pastello distribuito a tratteggio o a strofinatura con una leggerezza di polline. Quanto ai “temi” dei quadri zandomeneghiani è naturale che nella scelta e nella impaginazione facciano pensare a quelli di altri impressionisti. Come fatalmente accade, i distruttori di una routine ne creano una nuova. Liberatisi “dai greci e dai romani” e da tutte le pompose scene di genere e di costume, gli impressionisti si resero a loro volta schiavi di un certo numero di motivi prediletti (come del resto i Macchiaioli). Così se i paesisti Monet, Sisley, Pissarro si diedero anima e corpo a dipingere strade di villaggi, alberi in riva all’acqua, fienili e covoni, i pittori di figura , quali sono in prevalenza Degas, Renoir e Zandomeneghi, moltiplicheranno “danseuses”, “baigneuses”, “femmes au miroir, au caffè, au théatre, lisant, cousant, au bouquet” ecc.ecc. Ma se Degas “nemico della grazia”, Degas “che detestava la natura” è il cronista spietato di ateliers di danza e di gabinetti da toilette, se Renoir è il poeta incantato di Veneri dalle carni in fiore e di ridenti ritrovi campestri, Zandomeneghi indulgente e fedele osservatore della realtà quotidiana è il pacato novellista del mondo piccolo borghese e talvolta della pittoresca bohème di Montmartre. Egli non dipinse femmine e non dipinse dee, dipinse “signore”, “signorine”e “midinettes”.E’ un mondo deliziosamente provinciale – anche se ritrae luoghi e persone della Parigi artistica – quello che ci viene incontro dalla sua pittura. Signore che prima di uscire indugiano a infilarsi i guanti o a dar l’ultimo tocco allo chignon;  bimbi che giocano nei parchi sotto l’occhio vigile della mamma; giovani donne intente a fare il bilancio della propria bellezza davanti alla psiche; coppie e famigliole che gustano una bevanda fresca sull’affollata terrasse di  un caffè; mogli che nell’intimità della casa ricamano, sfogliano un giornale di mode… Svaghi innocenti, ingenue civetterie, sentimento e, un po’, sentimentalismo, immagini preziose e tenere che potrebbero formare una “suite” atta a illustrare la vita di una signora tra i due secoli: i giochi infantili, i primi studi, la grande avventura delle passeggiate in bicicletta, le lezioni di canto e piano, la prima lettera d’amore, le “mattinate musicali”, il lavoro al corredo, la maternità…la prima ruga, ahimè…No, la “signora che si fa pettinare” non deve recarsi ad un appuntamento amoroso ma ad una festa di beneficenza o da un’amica “che riceve”. Dall’amante ci vanno le donne serpentine di Boldini… rare sono le note caustiche e acri nella pittura di Zandomeneghi; e se mai le troviamo nei primi anni della sua maniera parigina: come in quel Moulin de la Galette che anticipa di dieci anni Toulouse Lautrec (il quale ammirava Zandò, ebbe lo studio nello stesso stabile e ne subì l’influenza) e nella Roussotte immagine di un ambiente decaduto e violento. Persino i nudi copiosi dipinti con una maestria che forse non ha riscontri nella pittura ottocentesca ben poco hanno di conturbante o di sensuale nella loro fresca spontaneità. Quasi a garantire la castità dei convegni, ben rari sono i maschi in questo piccolo mondo antico e, quei pochi, hanno più l’aria di fidanzati che di seduttori. V’è infine un’altra parte della produzione di Zandomeneghi, felicissima, e che va sottolineata anche in un breve studio come questo: i rari paesaggi puri e le nature morte, cui si dedicò con particolare assiduità negli ultimi anni della sua vita. In essi l’amore tutto veneziano per il colore “che canta” si fonde in modo sorprendente con un anelito di sobrietà e di sintesi tutto moderno.

Non c’è molto da rivelare sulla vita di Zandomeneghi la cui biografia è quasi esclusivamente tessuta di eventi “artistici” (così come risulta dalle sue lettere agli amici: lettere piene di sugo e di spirito), né sulle sue fortune.

Basti dire che nonostante il carattere scontroso e solitario, molta stima e una buona notorietà lo circondarono sempre a Parigi. Partecipò a quasi tutte le mostre (ormai storiche) degli Impressionisti in Francia e fuori, tenne mostre personali e collettive presso Durand- Ruel e altri e insomma visse quetamente della e per la sua pittura. Rimase  invece pressoché sconosciuto in Italia ove i pochissimi quadri ch’egli – controvoglia – inviò, passarono inosservati o suscitarono per lo più critiche acerbe e ottuse che non contribuirono certo ad allietare e addolcire il vecchio Maestro. Nel 1914 per iniziativa di Vittorio Pica, allora segretario generale della Biennale Veneziana e con l’energica collaborazione di quell’uomo geniale in tutti i campi dell’arte che fu Angelo Sommaruga, Zandomeneghi fu invitato a partecipare all’XI edizione della rassegna con una saletta che raggruppava ”una collezione abbastanza caratteristica e significativa di pitture ad olio, di pastelli e di disegni nei quali l’arte sua di abile e acuto osservatore della vita contemporanea si manifestava in tutta la sua grazia varia, agile, leggiadrissima, pur sempre fedele alla realtà”. Ma ad onta delle speranze che prontamente insorsero nel segreto dell’animo del vecchio artista, quel suo “ritorno in patria” non costituì affatto un trionfo. Non ch’egli ambisse ai retorici osanna a cui erano avvezzi i Sartorio e i Tito, ma che ci s’accorgesse almeno della sua pittura, che si notasse quanto essa fosse più autentica, più valida, più attuale, che quella di coloro i quali sulla cresta dell’onda, andavano fatalmente veleggiando verso gli scogli del già detto e quindi di un postumo e drastico ridimensionamento. Così Zandò non si mosse da Parigi neppure per presenziare alla sua personale, e le sue speranze “nell’ingrata patria” tramontarono per sempre. Curiosamente, invece, dopo la scomparsa del Maestro, mentre un velo d’oblio ricopriva in Francia l’opera sua, in Italia si cominciò a “scoprire” e a studiare il figliuol prodigo della pittura che mai aveva fatto ritorno.

Una mostra retrospettiva ordinata nel 1922 alla milanese Galleria Pesaro con un bel catalogo arricchito da una introduzione di Vittorio Pica ebbe accoglienza favorevolissima; nel 1928 alla Biennale di Venezia un quadro di Zandò fu molto notato e celebrato da Ugo Ojetti e Raffaello Giolli; poi vennero le monografie di Enrico Somaré, di Mia Cinotti e mia sul pittore e , infine, per intervento di Roberto Longhi la seconda Mostra retrospettiva alla Biennale di Venezia nel 1952 (ordinatori Fernanda Wittgens e il sottoscritto) che consacrò definitivamente l’ingresso di Zandò fra i protagonisti della pittura italiana del secolo XIX. Di rimbalzo la sua fama di ottimo impressionista cominciò a rinverdire anche a Parigi e allora si verificò un fatto singolare e storicamente significativo, un colpo di scena magistrale, direi, del destino: quasi a concludere, nel modo più felice, una grande parabola. Nel 1967, cinquantenario della morte dell’artista, un altro Durand-Ruel, Charles questa volta, nipote di Paul, spalancò i battenti della sua celeberrima Galleria di Avenue de Friedland per accogliervi, in una eccezionale festa di colore italiano e francese al tempo stesso, colui che tutti avevano chiamato scherzosamente e affettuosamente “le Vénitien”: che costituisce poi, per un pittore, un soprannome regale.

 

¹In una lettera ad un amico (1914) il nostro pittore, cosciente di quanto faceva e aveva fatto, scriveva: “Guardando, ascoltando, discutendo, mi trasformai e come tutti gli artisti, da Pissarro a Degas, da Manet a Renoir la mia vita artistica fu una successione di infinite evoluzioni che non si analizzano, non si spiegano, che dipendono dall’ambiente, da circostanze particolari e delle quali nessuno può rendersi conto esattamente. Quanto alla tecnica, parola molto vaga, è la mia e non l’ho presa in prestito a nessuno”.

 

Da catalogo della mostra Zandomeneghi, Galleria Sacerdoti, Milano, ottobre 1977.