Enrico Piceni in catalogo della “Mostra   di Giuseppe De Nittis” della Società Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa” (8 giugno – 11 agosto 1963) :

Di Giuseppe De Nittis non ancora ventenne un uomo che se ne intendeva, Adriano Cecioni, disse: “Nessuno è capace di ritrarre un albero come lui sa…”. Di Giuseppe De Nittis non ancora trentenne tutta una città, Parigi, proclamò: “Nessuno sa ritrarre una donna come lui sa…”. Passano alcuni anni, pochi, perché il nostro pittore non ne aveva che trentotto quando morì, e sono i critici di tutta Europa che dichiarano: “Nessuno sa ritrarre una città come lui sa…”.

Tre tappe di una breve ed intensa vita d’artista, tre tappe rappresentanti il logico sviluppo di un temperamento pittorico straordinariamente dotato per l’osservazione rapida e geniale, per la caccia all’attimo fuggente, alle parvenze più fragili, agli aspetti più improvvisi della bellezza.

Un albero, una donna, una città: vi sono molte analogie, dal punto di vista pittorico, fra queste tre cose così diverse: tutte e tre mutevoli col variar delle stagioni e delle luci, tutte e tre capricciose e nervose, sempre pronte a cambiar d’abito e difficilmente afferrabili, nella loro eleganza essenziale.

Giuseppe De Nittis era nato a Barletta il 25 febbraio 1846, quarto figlio di Don Raffaele De Nittis e di Donna Teresa Buracchia. I suoi genitori erano agiati possidenti, ma qualche mese avanti la nascita di “Peppino”, Don Raffaele venne arrestato come politicamente sospetto. Uscito di carcere dopo circa due anni, coi nervi rovinati, si uccise. Giuseppe crebbe coi fratelli in casa dei nonni paterni, e dimostrò ben presto scarsa passione per i libri e infinita passione per le matite e i colori.

Avuti i primi insegnamenti da G.B. Calò, nel 1861, vincendo l’ostilità dei suoi, ottenne di entrare nell’istituto di Belle Arti di Napoli, dove insegnavano Mancinelli e Smargiassi. Ma la scuola accademica, la “scuola” in genere non era fatta per lui, e dopo due anni di frequenza lo vediamo allontanato dall’Istituto per indisciplina: e certo l’”indisciplina” era nei suoi occhi che volevano “vedere” senza impacci di formule e di imparaticci, vedere e cogliere la realtà, com’è, in quell’attimo, volti, alberi e case e il cielo, il cielo che coi suoi giochi infiniti di luci e di ombre doveva ispirargli tanti mirabili accordi cromatici, e le righe appassionate dei Ricordi: “L’atmosfera, vedete, la conosco bene: e l’ho saputa dipingere. Conosco tutti i colori, tutti i segreti della natura, dell’arte, del cielo. Oh! Il cielo. Quanti quadri ne ho fatti! Cieli, cieli soltanto, con delle belle nubi!…”.

Dal ’63 al ’67 con gli amici Rossano e De Gregorio, ai quali si unirono poi il Campriani, il Leto ed altri, dipinge all’aria aperta; Portici, Napoli, Barletta, vedono i giovani entusiasti che col loro armamentario pittorico si danno, al vento, al solleone, e magari sotto violente acquate, ad una vera orgia di “studi”. In quegli anni si decise lo “stile” di De Nittis; in quelle giornate libere e piene egli trovò il segreto della sua arte, imparò a vedere vero più che “esatto”, formò la mano e la tavolozza. Scuola di Resina fu battezzata la compagnia: Repubblica di Portici la ribattezzò Domenico Morelli, con un po’ d’amaro, giacchè quegli “indipendenti” non volevano riconoscere alcun maestro…Nel ’64 De Nittis ebbe il primo memorabile riconoscimento. Due sue minuscole scene: L’avanzarsi della tempesta – inviate proprio alla nostra cara e gloriosa Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa” – furono accettate e malissimo esposte nella sala delle cose mediocri. Ma l’occhio di un visitatore d’eccezione, lo scultore Adriano Cecioni, che fu anche uno dei nostri più acuti e antiveggenti critici d’arte, le scoprì subito: e quel giudice severo elogiò il giovinetto pittore con calde parole predicendogli ottimi successi. Infatti due anni dopo De Nittis ebbe l’onore di vedere acquistati, alla stessa mostra, per conto del Re, i due dipinti: Un casale nei dintorni di Napoli e Il passaggio degli Appennini.

Ormai “Peppino” non è più un ignoto, e nel “clan”dei giovani si guarda a lui con molto interesse. Attraverso Cecioni la sua fama è giunta al battagliero gruppo dei “Macchiaioli” fiorentini: così quando nel ’66 De Nittis si reca a Firenze e vi è accolto festosissimamente  e le sue tavolette, esposte anche alla Promotrice Fiorentina, suscitarono più che consenso, entusiasmo: Signorini, Borrani, Lega, Abbati, Sernesi, l’infervorata compagnia del Caffè Michelangelo decretò al vivacissimo barlettano gli onori del trionfo: la delicatezza dei toni, la giustezza della visione, l’eccezionale agilità della mano, apparvero, quali erano, doti di un maestro.

Tra il ’66 e il ’67 De Nittis compie varie peregrinazioni a Napoli, Palermo, Barletta, Roma, Firenze, Venezia e nell’estate del ’67 lo troviamo a Torino in procinto di partire per Parigi.

Anche qui piace subito. Gerôme lo incoraggia a “faire de la figure”; Meissonier gli offre di dipingere i paesaggi che dovran servire da sfondo alle figurine dei suoi quadretti pagati a peso d’oro; Reutlinger gli compera per trecento franchi due tavolette: la via gli si apre facile purchè accetti dei compromessi col suo gusto e col suo istinto . Scrive al Cecioni per consiglio, e questi gli risponde: “Mantienti indipendente, tu non puoi essere scolaro di nessuno”.

De Nittis, sebbene non fosse, come abbe a dire argutamente Diego martelli, “carne di martire”, ascoltò il saggio consiglio dell’amico, e poiché il modesto peculio stava per finire, tornò in Italia. Per poco. Alla fine del ’68 è ancora a Parigi, dove, cedendo ai consigli interessati di Reutlinger e al desiderio di facile guadagno, si dedica davvero a “far della figura”, del costume, degli interni, con innegabile virtuosismo, sulle tracce del Meissonier, dello Stevens, del Fortuny: sui quali però sempre sopravanza per la squisitezza del colore e la magia del disegno. E’ ancora il Cecioni che lo trarrà sulla retta via dell’arte, ammonendolo, burbero, dopo aver visto i quadri esposti dal De Nittis al Salon del ’69. “hai forse bisogno di copiare gli altri, tu?”. Così cosciente è il pittore del proprio torto, che pianta a metà un gran quadrone Un concerto in giardino al tempo di Luigi XVI e riprende la sua diletta ispirazione dal vero. La guerra del ’70, riconducendo il De Nittis ai patri lari e ai luoghi della sua sana e schietta iniziazione artistica, contribuirà poi potentemente a dissipare ogni equivoco nella mente sua, e a fissare una volta per sempre la sua strada. Quando, nel ’71, De Nittis ritorna a Parigi è ormai maturo per la sua grande affermazione. Infatti al Salon del 1872 una sua tela di non vaste dimensioni, La strada da Brindisi a Barletta, attirava l’attenzione di tutti e lo rendeva celebre di colpo. “Sempre parleremo, scrisse il Mantz, dell’ombra di un azzurro violaceo che la piccola diligenza di De Nittis proietta sul terreno biondo della strada polverosa. Quell’ombra sì giustamente colorata ha costituito un avvenimento nella scuola moderna e molto è servita agli impressionisti”.

Legato con un contratto assai vantaggioso al grande mercante di quadri Goupil, De Nittis non esita a sciogliersene , con sacrificio, per conservare la sua libertà artistica insidiata dal cortese ed astuto manager: così nel ’74 la giuria del Salon, che subiva fortemente l’influenza del Goupil, gli accetta solo uno dei tre quadri presentati (Guidando al Bois, Tra le spighe del grano e Che freddo!), ma quell’uno, Che freddo! ha un successo strepitoso, rivela un altro lato dell’arte del De Nittis, e lo consacra osservatore elegante e fedele della femminilità contemporanea, peintre des Parisiennes.

Mentre in una bella lettera al Cecioni e agli amici fiorentini De Nittis si dichiara lieto della riconquistata indipendenza, nel ’74 stesso partecipa con cinque quadri alla prima storica esposizione degli impressionisti nelle sale del fotografo Nadar. Sono con lui Degas, Renoir, Sisley, Pissarro, Boudin, Cézanne, Lépine, Braquemont, Guillaumin, Berthe, Morisot.

Sempre nel ’74 De Nittis si reca per la prima volta a Londra e con la sua prodigiosa facilità di assimilazione, con la sua prontezza a cogliere il “caratteristico” di un luogo di un momento, subito dà mano alle grandi tele di vita londinese. Come il grigio sereno del cielo di Parigi, il passo elegante della Parigina, gli alberi sfumati del Bois avevano trovato in lui il più esatto e spiritoso interprete , così l’affumicata tragedia  dei quartieri popolari e la “noia britannica” dei quartieri signorili, le nebbie e l’agitata vita di Londra, trovarono per incanto un magistrale riflesso nei quadri di questo meridionale che “vedeva inglese” più di qualunque inglese: Westminster e La domenica a Londra, Waterloo Bridge e Piccadilly sono fra le testimonianze più significative che un pittore abbia lasciato della vita, dell’aspetto, dell’”umore” di una città e di un popolo in un dato momento della sua storia.

La famiglia (De Nittis aveva nel 1869 sposato una graziosa e intelligente parigina, Léontine Gruville) e il lavoro: queste le sole “avventure” del De Nittis di qui innanzi: dieci anni di attività piena e feconda, all’aria aperta alla diletta campagna napoletana durante le brevi scappate in Italia, oppure chiuso in un fiacre o in un cab a cogliere il ritmo e il segreto, a “tastare il polso” di Parigi o di Londra.

Il 1878 vede il suo trionfo all’Esposizione Internazionale: legion d’onore, un quadro, Le rovine delle Tuileries,  acquistato dal Governo francese pel Museo del Lussemburgo, un altro La Place des Pyramides donato dal puittore riconoscente (che lo ricompera per 25.000 franchi dal Goupil) allo stesso Museo: onori, critiche, invidie, toute la lyre… Piccolo, grassottello , arguto, bonario, sprizzante vivacità dal suo voto bruno, incorniciato da una barbetta nera, De Nittis ride, s’arrabbia, lascia dire e lavora. Negli ultimi anni è preso da una grande passione pel pastello. Tecnica pittorica che ottimamente si addiceva al suo spirito , alla sua passione per le sfumature delicate e preziose, egli vi apporta intelligenti innovazioni e compie ritratti grandi al vero, vedute cittadine, e le famose scene delle Corse a Longchamps.

Ma il troppo lavoro ha logorato la sua forte fibra. Uno strano torpore, una sconosciuta malinconia lo invadono negli ultimi mesi. Il suo occhio così acuto, si appanna, non vede più chiaro. Pure, ancora, con dispersa energia, dipinge fino agli ultimi momenti, anche se vede la tela come spruzzata da mille maccholine nere. Sul suo cavalletto si alterna in due o tre diverse impaginazioni la stessa scena all’aria aperta: la moglie e il figlio in giardino. Il 21 agosto 1884 un attacco di congestione cerebrale lo atterra. In poche ore.

 

 

De Nittis non è arruolabile in alcuna scuola, in alcun “movimento”. Passò attraverso l’accademia napoletana, vecchia e nuova, attraverso l’accademismo travestito di Gerôme  e di Meissonier, attraverso il Macchiaiolismo e l’Impressionsmo: e rimase, nel fondo, sempre fedele a se stesso. Dell’Impressionismo accettò quanto si confaceva al suo istinto, e lo contemplava, e ne sentì e ne seguì profondamente le due ricerche capitali, quella dell’atmosfera e quella del carattere della vita moderna,  ma non spinse l’una sino alle disfatte armonie cromatiche di un Monet né l’altra alle crudeli deformazioni di quel “nemico della grazia” che fu Degas. Egli rifuggiva da ogni rigida teoria e la sua tecnica variava a seconda della necessità: così, stuudiando le sue tele, vi vediamo praticata la giustapposizione delle tinte pure quando è necessario ottenere una nota splendente, alla maniera impressionistica, ma più spesso i toni sono creati sulla tavolozza o ottenuti con sapienti velature. Inoltre De Nittis non abolì del tutto, come un Monet o un Renoir o uno Zandomeneghi, il “bitume” della sua tavolozza, che pure non è mai “sporca”. Sensibilissimo alla poesia dei grigi caldi e dei toni fini sostenuti da delicate armature e appoggi di bruni, ha pochi rivali nella ricchezza delle sue ormonie in tono minore: non per nulla era un fervido ammiratore di Corot. Tutte le sue inquietudini, le sue apparenti contraddizioni, le ricerche di pastellista e di acquarellista, la sua passione per le stampe giapponesi e per gli affiches multicolori, tutto significa l’ansia di chi vuol cogliere, fermare l’inafferabile, l’aria, la luce, il mistero dei riflessi che modificano le colorazioni e divorano o esaltano le forme. “Si dovrebbe, egli diceva, poter dipingere, nella sua apparenza esatta, una statua di bronzo rischiarata da un sole a picco in mezzo ad una campagna bianchissima…”.

Fu detto il Guardi del suo tempo: e indubbiamente i suoi quadri sono un documento preziosissimo per ricostruire lo spirito dell’epoca vicina, e pur già così lontana, in cui visse, e il carattere della città che ritrasse. Nessuno come lui ha tradotto il fascino sottile delle vie parigine, la starna intensità della loro vita e quella loro atmosfera colma a volte di una polvere sottile che mette come un velo leggero di cipria su tutte le cose, altre volte così limpida e frizzante che par di vivere in un cristallo…E Londra, colossale officina fumosa, nerastra, lebbrosa e milionaria, monotona e travolgente con quale occhio implacabile fu vista da lui! E quale equilibrio tra i vari elementi di codeste sue scene: le sue figurine sono sempre piantate con grande precisione nel loro “ambiente”, ci vivono davvero, e sempre gustosissimi sono gli accordi fra esse e il paesaggio

Per capire la felicità espressiva delle sue vedute cittadine bisogna confrontarle con quell  che altri dipinsero sulle sue tracce, attratti dal suo successo: il Béraud, il Frémiet, l’Heilbuth, rigidi, freddi, fotografici, sicché le loro opere non sono “documento”, e neppure , ahimé, valida pittura.

Come Degas, sotto l’influsso dei Giapponesi De Nittis osservò che la vita spesso ci presenta le cose sotto angoli speciali: dal sommo di una tenerezza, dal finestrino di un treno, dal basso di un ponte, e si compiacque delle originali  “impaginazioni” oggi ancora usate nei films e nei “fotoservizi” più aggiornati  e il lettore ne troverà in questa mostra più di un esempio.

Era curioso di tutto e fu tra i primissimi a comprendere l’ansiosa bellezza delle impalcature provvisorie , aeree e capricciose, dei ponti massicci, delle macchine pulsanti. La sua pronta sensibilità trascorse agilmente dall’abito leggero e vaporoso di una donna alla ferrea corazza di una locomotiva.

Della donna vide spesso – e gli fu rimproverato – l’aspetto grazioso, seducente. Certo a lui parlò soprattutto l’anima leggera della signora elegante ed egli la rese quale la sentì, creando un tipo inconfondibile, la Parigina raccolta e civettuola del 1880, come Boldini doveva creare quella della Belle Époque (1890-1914), frizzante e viperina e l’olandese Van Dongen, quella del 1920 ciglia stellanti e dalle lunghe gambe affusollate e scoperte nelle calze di seta. Si capisce come in un’epoca in cui il costume storico predominava e il costume contemporaneo, quando appariva, era studiato su modelle che avevano appena deposto il peplo o la crinolina, dovese ottenere un successo fulminante quel Che freddo! così arguto e spontaneo, con quelle tre donnine imbacuccate, rabbrividenti e ridenti, che trascorrono sul terreno duro e sonante del Bois. Interessante il ritmo di questo quadro: dove il senso del movimento è dato con un procedimento analogo a quello di certe statue di Rodin: il nostro sguardo dalla vettura ferma e lontana, dal bimbo a sinistra che fa contrappeso, è costretto a seguire lo snodarsi dell’arabesco in successione sapientemente graduata, fino alla figura ultima di destra, curva in avanti, quasi a spiccare la corsa.

Ma De Nittis non ha dipinto solo quella seconda epidermide della donna che è la loro toilette, ha saputo cogliere anche la malinconia pensosa ed estatica di uno sguardo femminile, il mistero e il fascino di un sorriso, come pure ha lasciato qualche magistrale ritratto d’uomo: notissimi quelli di Cecioni e De Goncourt, quasi ignoto quello del figlio Jacques, che fa pensare a certe teste di Degas del periodo italiano, spiritosissima la “macchietta” di Edoardo Dalbono, colto di spalle.

Accanto al De Nittis celeberrimo delle dame eleganti e delle visioni cittadine, vi è poi il De Nittis quasi ignorato delle visioni campestri e marine, il De Nittis “strapaesano” che è dal punto di vista puramente pittorico” forse più grande dell’altro. Soprattutto nei suoi ritorni in Italia, egli amava riprendere le abitudini della prima giovinezza, piantare il cavalletto all’aperto e buttar giù “di prima” certe tavolette di un sapore e spesso di una potenza singolarissimi. Si vedano per esempio le tavolette qui esposte della serie “Il Vesuvio”, veramente “tragiche” come ebbe a definirle l’Ojetti, e dove pochi accordi di bui e di verdi, e qualche velatura di azzurro sul fondo bruciato del legno  bastano al pittore per rendere la scena desolata e terribile; si vedano quel Praticello verde, dipinto che è puro smeraldo, e quelle acque serene dell’Ofanto; si veda soprattutto Capo Posillipo, blocco d’ombra sul mare in un crepuscolo apocalittico, dipinto con una semplicità di mezzi straordinari e con un senso che non può definirsi altrimenti che musicale: come diceva Corot, “on n’y voit rien, et tout y est”.

Scomparso a trentott’anni, nell’età in cui le forze migliori di un artista si coordinano verso uno scopo preciso, prendono una forma e uno slancio definitivi, De Nittis ci ha lasciato dunque un’opera vasta e varia, ineguale certo e recante le tracce delle sue esperienze, delle sue incertezze, del suo temperamento fin troppo felice e dotato, ma sempre sàpida e caratteristica, sempre sincera anche nei suoi errori, ricca di spunti, di germi, di traguardi felici che la mantengono attuale. Sì, attraverso ogni vicenda il nostro pittore rimase pur sempre il ragazzo entusiasta dei primi anni che considera la vita come un gioco di lucie di ombre  e cerca di gareggiare con lei, il “fanciullo” poeta che guarda con occhio insaziato il mondo, ad ogni momento nuovo, per ricrearlo con gioia: per questo l’arte denittisiana reca come un suggello di perenne giovinezza,  un profumo quasi di adolescenza, e , nella sua grazia a volte fragile, ma sempre umanissima, ha sfidato e sfiderà, sorridendo, il trascorrere delle stagioni e delle mode.