Due anni or sono quando, nella prefazione al catalogo della sceltissima mostra Zandomeneghiana, allestita da Edmondo Sacerdoti nella Sua Galleria per il sessantesimo della morte del maestro, mi impegnai – E per iscritto! – a non cedere più alla tentazione di occuparmi di questo singolare pittore, Zandò , che “cresce” incredibilmente col passare del tempo.

Da troppi anni parlo del “Venitien”e il binomio Zandò-Piceni comincia a diventare teneramente buffo come certi flirts che si protraggono oltre il ragionevole…Detto questo… eccomi qui a mancar di parola, impenitente come un cantante che non vuol tacere o un corridore che non vuole appendere la bicicletta al chiodo. Ho però dalla mia una grossa giustificazione.

Il supporter numero uno di Federico Zandomeneghi, ancora una volta l’indomabile Sacerdoti, ha fatto un colpo mancino: ha messo la mano sopra una cinquantina di tipici ed inediti disegni del suo pittore prediletto. Vuol farli conoscere con una piccola, intima pubblicazione. Mi chiede “due parole”… “E’ una cosa eccezionale, non può dirmi di no!…”

E’ vero, non posso. Scusate.

Non è facile imbattersi in un disegno significativo di Zandomeneghi. Praticamente, tutta la sua opera grafica era rimasta al grande “patron” Paul Durand-Ruel, e poi divisa nella famiglia.

Una parte di questo preziosissimo materiale ebbi la fortuna di poter vedere e studiare quando lavoravo al Catalogo dell’opera dei magici archivi dell’Avenue de Friedland così generosamente apertimi da Charled Durand-Ruel, e me ne valsi, in piccola parte per illustrare il testo del mio grosso volume: ma sapevo che altri disegni e studi esistevano presso altri rami della famiglia.

Dove? Eccoli qui, finalmente. Si tratta di una scoperta davvero felice e non ho potuto rinunciare a parteciparvi.

Il disegno è per il pittore ciò che per lo scrittore è il “giornale” quotidiano, il taccuino di spunti e sensazioni per l’opera definitiva; è la confessione segreta dell’artista, la chiave per penetrare a fondo la sua arte e il suo messaggio. Menrte Renoir dipingeva rustiche dee dalle carni in fiore, gonfie di una linfa quasi animalesca, mentre Degas smontava e rimontava pezzo per pezzo quello strano esemplare di femmina che è la ballerina in tutù e senza, mentre Boldini tratteneva con pennellate imperiose sulle sue grandi tele le donne-levriero sempre in atto di correr via per farsi inseguire, Federico Zandomeneghi dedicò si può dire tutta la sua vita pittorica alle “signore” e alle “signorine” di un certo mondo borghese colte nell’attimo della suprema maturazione prima che ne iniziasse la scomparsa. Molti dei nudi che vediamo qui il pittore li rivestirà da dame e damigelle di buona famiglia: ma anche sorpresi così nella più intima intimità, il carezzevole tremore del tratto, l’armonia dell’arabesco,  una specie di sorridente indulgenza, di pulita ammirazione tolgono a questi nudi ogni asprezza o afrore di sensualità, e ce li offrono adorni di un fascino “per bene”che è forse il più pericoloso. Nessuno oserebbe dire una parola ardita a queste esili giovinette o a queste rotonde signore…

Ci si sente “bravo giovine”, vien voglia di chiederne la mano ai genitori, o nel caso più ardito, di farne oggetto di una corte rispettosa e assidua, sperando nel miracolo. Si, è proprio il “fascino diretto della borghesia”, a mio avviso più difficile da rendere che non le più robuste e aggressive tentazioni.

Dobbiamo però notare che, come nella sua produzione pittorica, anche in questo tessuto preparatorio ogni tanto Federico Zandomeneghi, quasi per ribellione alla sua mite poesia quotidiana, fa uno scarto nel “cattivo”, nel “lautrecchiano” avanti lettera: ed ecco qualche foglio dal tratto più grosso e nervoso, ecco qualche creatura tormentata, provocatoria, ribelle: sono i disegni che condurrano ad opere assai rare nel repertorio del dolce veneziano, opere risentite come La Moulin de la Galette, La Roussotte, la Rosina che ride. E’ la faccia meno tenera della femminilità e pare che il pittore voglia dimostrare le sue possibilità anche in queste espressioni della Montmartre più decaduta e più aspra.

Comunque guardatele e riguardateli questi fogli, o voi che amate il nostro impressionista-veneziano, a poco a poco ne sarete conquistati perché il suo disegno, falsamente facile, è penetrante come un profumo di classe.

Gli amatori, i collezionisti  avranno poi la gioia di ritrovare qui la “prima idea”, di quadri celebri come “Passeggiata con l’ombrellino”, “Signora che dispone i fiori”, “Le amiche”, “La lezione”, “Nudo che si stira”, “Le belle immagini”, “La lettura”, “La signora col mandolino”.

Sì, è bello cogliere un’opera d’arte sul nascere, come è bello vedere un fiore che spunta e già annuncia ciò che sarà; è bello, soprattutto, tuffarsi in questo mondo puro e silente,  – così vicino così lontano – riscoprire per qualche istante che vita può essere ancora una trepida incruenta avventura.

Erico Piceni, I segreti di Zandò, nell’introduzione alla mostra “Zandomeneghi, 50 disegni” Galleria Sacerdoti, 1979.