La storia dei Boldini che non verranno a Ferrara

 

Ascoltiamo, con l’orecchio indiscreto della posterità questo breve dialogo telefonico, che si svolgeva in un certo giorno del settembre 1926.

“Pronto! Parlo col pittore Boldini?” “Si. Chi siete e che cosa volete?” rispose all’altro capo del filo una voce per nulla incoraggiante. “Sono una giornalista italiana, la corrispondente della “Gazzetta del Popolo”, e dovrei venire ad intervistarvi per il mio giornale”. “Niente da fare”. “Come niente da fare? Io…”. “Non ho simpatia per i giornalisti, detesto le chiacchiere   e non ho bisogno di interviste”. “Ma io sì. E’ il mio mestiere. Ci vivo. “Arrangiatevi. Cercate altrove””. “Ma al giornale vogliono voi. Voi siete italiano e celebre, non potete trattar così una vostra compatriota, che è all’inizio della carriera”. “Siete insistente e prepotente”. “Voi, prepotente”.

Alla fine le due “prepotenze” si elisero e la cocciuta giornalista piemontese, Emilia Cardona, ottenne dal bisbetico pittore ferrarese la agognata intervista, non solo, ma con la sua freschezza, la sua allegria, la sua mancanza di civetteria ella fece una tale impressione sull’anzianissimo Maestro avvezzo alle grandi dame sofisticate o alle modelline avide e astute, che i due si rividero sovente e che, tre anni dopo, l’”impertinente” intervistatrice divenne “Madame Boldini”.

In seguito ad una cocente delusione amorosa subita nella prima giovinezza, e che certo influì grandemente sul suo carattere e sulla sua arte, Boldini era rimasto sempre ostile al matrimonio e aveva spesso chiesto alla propria mordente ironia le forze per resistere alle lusinghe della passione. Ma nei tardi anni (aveva doppiato in piena lucidità il capo dell’ottantina), solo, in rapporti un po’ tesi coi familiari italiani e pur disperatamente nostalgico dell’Italia, la franca parlata, la prepotente vitalità della giovane scrittrice dalla quale si sentiva ammirato non solo come formidabile artista ma anche come uomo dall’estro sempre pronto e incisivo, dalla “boutade” frizzante e imprevista, lo indussero a chiudere la favolosa parabola della sua vita dando il proprio nome, e affidandone l’eredità e la difesa, a colei che aveva così baldanzosamente espugnato la sua roccaforte di scettico temuto e solitario.

In un primo tempo aveva anzi pensato di adottare come figlia quell’”italiana” che aveva portato un soffio vivificatore (e anche un po’ d’ordine) nel leggendario atelier della “casa rossa”, in Boulevard Berthier; poi le lungaggini burocratiche, il timore di “non arrivare in tempo” e forse anche l’estrema , oscura civetteria dell’uomo che tanta fortuna aveva avuto con le donne per oltre mezzo secolo, lo decisero al matrimonio. Occorre dire che, ancora una volta, il vecchio Maestro aveva trovato il tono giusto, la pennellata fulminea e tempestiva per concludere felicemente un quadro, quello della propria esistenza: giacchè gli anni (anche se brevi) della vita in comune consentirono a Emilia Cardona di penetrare a fondo nello spirito e nel segreto del mondo boldiniano, le offrirono giorno per giorno il materiale umano da cui derivarono poi i tre volumi fondamentali, e a cui tutti hanno sempre ricorso e ricorreranno, per la conoscenza di questo artista celeberrimo e pure sotto tanti aspetti misterioso e misconosciuto.

Ma veniamo alle stupende pitture murali,  motivo dominante di queste pagine, le sole che Boldini abbia eseguito nella sua lunga carriera. Esse hanno una storia curiosa. Una sera il Maestro, in uno dei rari momenti di abbandono, quando l’ostinato pudore con cui egli velava o negava i suoi sentimenti si scioglieva al calore di una presenza amata, disse alla giovane moglie : “Quando me ne sarò andato, e tu tornerai in Italia, dovresti cercare nei dintorni di p. ( e qui il nome di una bella città di provincia) una villa, meglio una casa di campagna, ove io fui ospite intorno al ’68, credo, prima di partire per Londra e dove, per sdebitarmi in qualche modo, affrescai… anzi no, dipinsi grandi tempere sulle pareti del salotto… E’ un’impresa rimasta unica nella mia vitae, se la memoria non mi tradisce, c’era del buono in quei tentativi…”.

Al momento “Millì” non approfondì la cosa, ma dopo la scomparsa di Boldini (avvenuta nel ’31) ci ripensò e convinta, per uno strano gioco della memoria, che la città menzionata dal Maestro fosse Perugia, vi si stabilì per qualche mese e battè a palmo a palmo le campagne umbre per cercare la fantomatica casa, naturalmente senza alcun successo. Fu solo dopo qualche tempo che, riordinando l’immenso cumulo delle carte boldiniane (il pittore, da buon provinciale italiano, non buttava mai nulla) trovò tra le numerose lettere di coloro che avevano bussato a quattrini, quella di un signore inglese, datata 16 aprile 1905, proveniente da Stranton nella Virginia, lettera in cui si diceva: “Vi prego di riportarvi con la memoria a 35 anni or sono, e forse più: vi ricordate di una signora in una piccola villa vicino a Pistoia, Madame Falconer? Voi avete dipinto di lei un ritratto in un abito nero di pizzo e avete anche dipinto i muri di una stanza. Ella diceva, sempre che sareste diventato uno dei più grandi pittori del mondo…Poi, vi ricordate di due fanciulli inglesi, di un ragazzetto biondo che voi avevate dipinto contro un cuscino di satin giallo? Quei due fanciulli erano mio fratello e me, e Madame Falconer era la nostra nonna. Voi eravate poveri,allora, e noi ricchi: ora noi siamo poveri e voi ricco e vengo a chiedervi , in memoria di quei vecchi tempi, se volete aiutarci…”.

Accorsa in Italia, la signora Boldini iniziò la ricerca intorno a Pistoia. Dei Falconer s’era persa la memoria, però qualcuno le disse che c’era, sì, nella contrada di Collegigliato, una casaccia di campagna che chiamavano “la Falconiera” per via dei due falconi di cotto che sormontavano il cancello. La signora vi accorse, “perquisì” minuziosamente la casa, piuttosto malandata e abitata da ben quattro famiglie di contadini: ma di pitture murali nessuna traccia. Invano aveva “grattato” i muri anneriti e razzolato in tutti i ripostigli. Ella stava per andarsene scoraggiata, quando vide un balconcino. “Ma io non ho visitato alcuna stanza con balcone!”, disse. “Oh quella”, fu la risposta, “non è una stanza; è un ripostiglio degli attrezzi e delle ceste, e quasi non c’è più soffitto né impiantito…”. “Non importa, vediamo”. Salitavi a mezzo di una scala pericolante Millì non vide dapprima che quattro pareti coperte da tralicci e poi casse, forconi, badili, tridenti, cestoni, tutto quanto può grattare e sbriciolare delle pitture… Ma da uno strappo del traliccio di fondo un occhio di cielo, azzurro come gli occhi di Boldini, pareva fissarla…S’avvicinò, scostò un lembo di rivestimento: sotto l’azzurro un pezzo della bianca groppa di un bove si rivelò…Il tesoro era ritrovato.

Non fu difficile alla signora comprar la casa, ripristinarne l’autentico aspetto: e oggi “La Falconiera” non è solo uno squisito ambiente boldiniano, un museo, se vogliamo, ma “abitabile” e abitato, un museo “umano”, caldo, ospitale ove lo spirito del Maestro aleggia, e domina senza opprimere: è stata anche dichiarata monumento nazionale come tipico esemplare di casa campagnola, civile senza essere sontuosa, della fine del Settecento. Felice connubio: armonia schietta di linee architettoniche a custodia di una serie di opere ove l’armonia del disegno e del colore prodigiosamente si affermano.

Questo non è uno studio critico, è una semplice “cronaca” volta solo ad informare i visitatori della mostra ferrarese circa un aspetto inedito dell’arte boldiniana. I “commenti” a queste grandi tempere ( la “stanza delle pitture” misura all’incirca cinque metri per sei, altezza tre e mezzo) verranno poi ad opera nostra ( in una monografia sul Maestro cui stiamo attendendo) e, speriamo, di altri critici più autorevoli di noi. Per ora lasciamole parlare da sole, queste belle scene delle terre, dei cieli, delle acque di Toscana (il lettore ne troverà due primizie nelle Tavole a colori 2a e2b) con la purezza dei loro colori e della loro concezione; lasciamo che per virtù propria contribuiscano a sfatare una “idea ricevuta”, che, da sempre, nuoce se non alla fama certo alla esatta comprensione dell’arte di Boldini.

Il pubblico e anche la critica del resto, amano le definizioni, le catalogazioni, le carte d’identità. Così, per la stragrande maggioranza Boldini è il ritrattista prestigioso, una specie di robot dedito peer oltre dieci lustri a dipingere e sedurre belle dame leziose e serpentine, attrici e miliardarie dalle lunghe mani affilate, dalle gambe, anzi dai garretti irrequieti e scattanti. Si riconosce, e come no?, la sua maestria, il suo virtuosismo, ma sotto sotto si deplora la sua supeficialità, la sua mondanità, il suo dono di improvvisare. Ecco, dati falsissimi, connotati errati, carta di identità completamente menzognere.

Nessuno fu meno “improvvisatore” di Boldini. Noi conosciamo centinaia di schizzi eseguiti rabbiosamente, implacabilmente per giungere a una di quelle famose “tavolette” 35×27 che sembrano “buttate giù” in cinque minuti. Mondano Boldini? Sì, egli indossava il frak tutte le sere e andava “Chez Maxim”, o ai balli dell’Opéra ma, nella falda della marsina, nascondeva matita e calepino e prendeva appunti, appunti, appunti per la sua Commedia umana, per i suoi archivi segreti e spietati: ballerine rapite nel vortice della danza, mondane stanche, folle tese verso i miracoli illusori della ribalta, scorci di orchestre, cavalli scalpitanti sui scivolosi pavés, camerieri intenti ed intontiti. Tutto è buono pur di fermare l’attimo fuggente: il rovescio di un menù, un lembo di tovagliolo, il piccolo rettangolo di un biglietto da visita. E parliamone, poi, della sua “superficialità”. Quest’uomo che aveva un solo motto e un solo credo -lavorare- e che sul letto di morte ancora sognava di grandi dipinti e cercava di tracciarli nell’aria con la povera mano stanca (bisognò piegargli a forza il pollice irrigidito nell’atto di sostenere un’immaginaria tavolozza) aveva superato la tecnica per poter cogliere senza preoccupazioni o durezze l’essenziale di ciò che voleva dipingere. La sua superficialità corrisponde alla “aisance” del grande violinista che esegue senza scomporsi i “passi” più spaventosi di una suonata: ma alle spalle lo sorreggono migliaia di ore di duro sacrificio.

Sì, Boldini è il pittore della Belle Époque e ne ha immortalato le più illustri protagoniste, Liane de Pougy, Lina Cavalieri, Cléo de Mérode, la marchesa Casati. Ma osservateli quei volti lisci, guardate sotto quelle epidermidi bistrate, dentro quegli occhi febbrili, valutate esattamente quelle nevrosi, quegli atteggiamenti viperini. L’artista, sismografo, sensibilissimo, ha avvertito dietro la facciata rosea di un volto di donna, il tremore di “qualcosa” che sta per avvenire, l’inquietudine di un mondo che si avvia sorridendo e danzando, un fiore all’occhiello, una coppa di champagne tra le dita, verso l’abisso.

Parigi si diverte, le belle donne folleggiano, i poeti distillano, come il conte di Montesquiou, le loro preziose alchimie, lo sfrenato can-can è un simbolo e un programma. Ma già di lontano si avverte il ritmo implacabile scandito da dure scarpe chiodate, il cupo rombo della “grosse Bertha”.

L’estate del ’14 è alle soglie. Non è un vento di mondanità che sconvolge le vesti leggere, le fragili membra di quelle dee di un effimero Olimpo: è il soffio misterioso, il maledetto alito che annunzia e precede l’inferno dei grandi cataclismi.

E’ davvero tempo che sia infranto lo stolto cliché boldiniano, supinamente ribadito da quasi tutti gli scritti, per lo più affrettati, sull’artista. Non fosse triste, sarebbe persino divertente constatare come sia poco conosciuta nell’intimo l’opera di questo straordinario pittore, anche da chi se ne “occupa” di proposito. Ecco lussuose storie della pittura che si sbrigano di Boldini con poche righe sprezzanti, ma riproducono, a esempio della sua arte, quadri clamorosamente falsi; ecco “studi” che allineano giudizi vetusti, imparaticci, opere mal scelteo dubbie…

Il fatto è che questo “diable d’Italien”, questo “monstre de talent” come lo chiamava l’amico Degas, ha lasciato con la sua opera una testimonianza vasta e varia che abbraccia tutti gli aspetti della favola umana e della scena sulla quale essa si svolge: idillio e tragedia, febbre e pettegolezzo, respiro dei campi e delle marine e viziato tepore dei salotti. E’ un “ciclo” di pittura che può trovare il suo equivalente letterario solo in un’opera come la “Ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, di quel Proust che aveva tutto capito in profondità e che, non a caso, si professava di Boldini “devoto ammiratore”.

 

 

 

 

 

 

Dal catalogo della mostra di Giovanni Boldini , Ferrara , Casa Romei 25 luglio – 31 ottobre 1963 , a cura di Emilia C. Boldini- Giuseppe Gelli – Enrico Piceni: