La storia di Federico Zandomeneghi è una delle più curiose fra quante se ne possono leggere nel grande libro dell’arte pittorica.

Nato nel 1841, a Venezia, da una famiglia di artisti (scultori accademici di ottima fama) il giovane Federico dimostrò ben presto i suoi spiriti irrequieti e ribelli. Sul piano umano li dimostrò seguendo le più spericolate avventure garibaldine; sul piano artistico li riaffermò rifiutando gli insegnamenti e la routine dell’atelier familiare per partecipare ai movimenti più d’avanguardia dell’Italia d’allora, primo fra tutti quello dei Macchiaioli toscani: le cui battaglie antiaccademiche e rinnovatrici costituiscono praticamente il pendant (sia pure in ambiente più ristretto e con le diversità dovute al differente clima intellettuale) delle battaglie che negli stessi anni e con lo stesso coraggio conducevano a Parigi quegli “Indipendenti che vennero definiti  “Impressionisti”  per dileggio e fecero poi di questa ironica denominazione un fulgido titolo di gloria.

Combattendo e dipingendo tra Venezia, Roma e Firenze, Federico Zandomeneghi – “Ghigo” per gli amici – aveva raggiunto, a trentatre anni, una buona rinomanza, e la critica , anche la più sussiegosa, aveva cominciato a parlare di lui come di una personalità d’eccezione. Tutte le strade, dunque, gli erano aperte ma, da quel tipo avventuroso ch’era sempre stato, Ghigo scelse la più difficile. Un amico suo, e critico di raffinata sensibilità, Diego Martelli, era tornato da Parigi con le più appassionanti notizie sopra un gruppo di pittori non conformisti che avevano esposto le loro opere nelle sale del celebre fotografo Nadar, suscitando un autentico scandalo nel mondo dell’arte, uno scandalo che aveva toccato punte addirittura clamorose. Quei pittori dileggiatissimi, quei Maestri che allora nessuno considerava tali, si chiamavano Monet, Degas, Sisley, De Nittis, Renoir, Pissarro, Berthe Morisot, Boudin, Guillaumin, Braquemond, Cézanne, Lépine…Il garibaldino Federico Zandomeneghi non ci pensa due volte: raccolte alcune tele e pochi soldi parte per Parigi confidando “nella mia dea protettrice, la combinazione”e con l’idea di fermarvisi tutto il tempo della mostra così rivoluzionaria…E qui accadde l’incredibile. Quest’uomo irrequieto, che sino ad oltre trent’anni era stato un eterno vagabondo, trova finalmente il suo ambiente ideale, e da Parigi non si muoverà più per tutta la vita. Neppure la cocente nostalgia per la sua Venezia lo indusse ad abbandonare la Ville Lumière e il suo atelier della rue Tourlaque. Capiva che ormai a Venezia sarebbe stato considerato uno straniero, e la sua arte non compresa. Avrebbe forse voluto tornarvi come un trionfatore, ma i trionfi pittorici – in Italia come in Francia – erano allora riservati ad altri pittori… di cui oggi non ricordiamo quasi il nome. In compenso a Parigi egli entrò ben presto a far parte del manipolo impressionista e venne definito “le Vénitien”. Fu Degas a chiamarlo così dal giorno in cui avendogli detto, col suo spirito caustico: “Zandomeneghi, voi che non avete nulla da fare, venite a posare per me”, Ghigo gli rispose seccamente: “On ne parle pas comme ça à un vénitien!”. Un’amicizia fedele, battagliera e tenace unì questi due orsi della pittura, dall’intelletto lucidissimo e brillante ma dal carattere schivo, scontroso, geloso della propria indipendenza. Quando Degas morì – il 30 settembre del 1917 – Zandomeneghi scrisse a un amico: “Fu l’artista più nobile e indipendente dell’epoca nostra, fu un grandissimo artista e non dimenticherò fin che vivo la grande amicizia che ci legò durante molti anni. Le sue opere resteranno”. D’altronde egli sopravvisse ben poco al suo grande compagno. Tre mesi dopo, il 31 Dicembre 1917, il vecchio Maestro si spense. Uno striminzito manipolo seguì – 2 gennaio 1918 – i suoi modesti funerali: qualche amico pittore, qualche modellina. La Grande Guerra volgeva al termine. Altri pensieri, altre ansie dominavano l’umanità. Fu sepolto nel cimitero di Saint- Ouen. Nevicava. Tutto come in un quadro di Utrillo…

 

da catalogo della mostra Zandomeneghi, Galleria Sacerdoti, Milano, ottobre 1977.