Somarè: Ricordo  di Boldini a Parigi , 1941 in presentazione della mostra dedicata a Giovanni Boldini alla galleria Nova, Milano, 15 gennaio-15 febbraio 1941.

 

-Eccolo!- esclamò ad un tratto l’amico artista Schettini che mi accompagnava, piegando il capo verso una figura che avanzava in quella direzione. Non lo avevo mai visto in persona, ma lo riconobbi subito. Era lui, Boldini, dalla grossa testa sulle spalle quadre della sua statura corta, che procedeva a brevi passi cadenzati, il busto eretto, il cappello duro calcato sulla fronte, gli occhi spalancati, lo sguardo fisso, la canna puntata in terra, con l’aria di un personaggio dal vestito nero, che avesse in gran dispetto il prossimo infernale e parigino. Lo accostammo. Avevo chiesto al mio compagno, che lo conosceva, di presentarmi a lui come il futuro autore di una storia dei pittori italiani dell’Ottocento, ma quando egli intese che avrei desiderato tanto di ascoltarlo sopra i suoi rapporti personali e artistici coi macchiaiuoli toscani e intorno al suo passato fiorentino, rispose, senza celare il disappunto inflittogli dalle mie domande, che la sua memoria non assisteva la sua cortesia.

E in quella, irrigidendosi, fino a sembrare un vecchio generale arcigno che non vuol saperne di discutere con chicchessia delle sue campagne, ci piantò in asso con un cenno più di comando che non di congedo, pochi metri dalla porta chiusa della sua dimora.

Apparso a un tratto, dopo alcuni istanti egli era già scomparso dalla sua contrada, dove lo avevamo atteso, e per me, in quel momento, il dileguare della sua persona simboleggiava la perdita sofferta dall’italia al tempo in cui egli l’aveva abbandonata per andare a dipingere a Parigi.

—-

 

Dipinti altrove, quelli tra i suoi quadri che erano rimasti nello studio dopo la sua morte, continuarono però a venire in Italia volentieri. Eleganti, preziosi, e seducenti, questi esseri pittorici, cresciuti la più parte nelle tiepide serre della moda e trapiantati nei giardini dell’arte, sembrano quasi imbarazzati di ritrovarsi qui, fra gente più modesta, la quale non desidera d’altronde, che di ammirarli, come dei fiori esotici, che spandono un profumo squisito e penetrante. L’origine nostrana del loro autore ce li rende quasi in figura di una bella preda fatta da un artista italiano in terra straniera. Doveva proprio essere – si pensa riguardandoli – un pittore nato a Ferrara e che finì di compiere la sua formazione all’ombra dei macchiaiuoli a Firenze, a cogliere l’effetto dell’eleganza e dell’essenza della donna francese. Doveva essere un pittore energico, capace, come è vero che gli estremi si toccano, di applicare la sua rude forza d’espressione a rendere, occorrendo, dei soggetti femminili estremamente raffinati. Infatti, per rappresentarli, ci voleva un’energia contraria alla loro faiblesse, un impeto che li costringesse a denudarsi.

L’energico Boldini, ferrarese di nascita e mezzo fiorentino d’adozione, aveva in sé, nel suo carattere irascibile, quel tanto di malumore maschio e quel resto di collera virile che occorrevano per poter affrontare la difficile impresa di dipingere, senza cadere nella rete dell’illustrazionismo effeminato, delle belle o brutte donne francesi. E ch’egli sia rimasto, disegnando e dipingendo volti e figure e nudità mondane, un artista degno di fare invidia anche a un Degas , il quale si recava spesso nel suo studio apposta per vederlo dipingere e che non finiva di meravigliarsene , è un punto decisivo, che respinge da solo le facili riserve fatte sul carattere artistico di un tale esecutore.

—————————

Le principali, tra le opere raccolte in questa mostra, attestano in maniera concreta la validità delle considerazioni che precedono e di quelle che seguono. L’arte di Giovanni Boldini non dipende dalla seduzione esercitata dalla ricca mondanità dei suoi soggetti, ma consiste nell’energia dell’esecuzione. Dall’incontro, o meglio dalla compenetrazione del suo virtuosismo tecnico con l’eleganza propria dei suoi temi è sorto un tipo di rappresentazione estetica della mondanità, estetica nel senso ch’ebbe la virtù di cogliere e per conseguenza di trasmettere pittoricamente certi aspetti, certi atteggiamenti, certe sensazioni fugaci, che rimasero impressi sulle tele boldiniane.

Si guardi La Contessa De Rasty, nel serico pastello che la raffigura nella sua discreta nudità adagiata deliziosamente entro un velo di colori teneri e tenui, si osservi La casacca rossa, figura d’altro tempo, dal profilo sensitivo sotto il cappelluccio di paglia trattenuto da un nastro intorno al collo, mentre il rosso acceso della casacca, che aderisce al busto e ai fianchi dopo la cintura stretta, accentua la slanciata snellezza del suo corpo. O la Contessa in abito da sera, dal profilo aquilino, effetto che insiste sulle spalle magre e sugli omeri e che continua nelle penne del gran ventaglio aperto, nella mano destra: a quale metamorfosi dobbiamo la formazione di questo aristocratico esemplare della femminilità? Non se ne conosce la genealogia, ma la sua somma biografica è tirata nella sua figura in piedi, lunga cifra complessiva totalizzata in bianco e nero da un artista rotto a questi calcoli sublimi.

Seduta sul divano, in una posa trasversale che ne allunga il metro figurativo, L’americana è una persona fatta di carne, di disegno e di pastello, che attende un complimento audace, un invito imprevisto, una sorpresa: il viso, il cappello, il vestito medesimo recano l’impronta della resistenza opposta dall’aria della vita alla carriera della sua mondanità aggressiva. Effetti e sensi analoghi e diversi si ritroveranno in altri pastelli prestigiosi: Testa di giovinetta – La signora Georges HugoTesta bruna. E in un dipinto a olio intitolato : Cappello con la piuma rosa.

Accanto a questo Giovanni Boldini parigino continuava a sussistere in potenza l’altro Boldini macchiaiuolo, le cui facoltà represse e conculcate, ogni tanto, si riaprivano come una ferita mal rimarginata. Era l’autore di L’acquaiuola, eseguita nel periodo fiorentino, che si ridestava all’improvviso per improntare sulla tela con l’antica urgenza pittorica i Cavalli lungo la Senna,  una vasta e densa strofa di pittura, in cui continua il movimento colto dall’intuizione dell’artista e reso dall’esecuzione del pittore invaso dall’estro originario. Anche nel Canale a Venezia e nella Piazzetta San Marco, un canale e una piazzetta che non somigliano a nessun’altra pittura di soggetto veneziano, riappare la luminosa e rapida corrente del macchaiuolismo boldiniano.

Talvolta, mescolandosi alle acque della Senna, essa riaffiora in certi dipinti di soggetto parigino, in questi per esempio, Place Pigalle, Grisette gaia, Riposo dove l’estro nativo del pittore preme, trascorre, lambe, definisce e accentua le cose, con un’agilità acrobatica che ottiene il plauso degli intenditori e strappa l’applauso del pubblico.