Nel 1932 Enrico Piceni chiudeva la sua fondamentale biografia del pittore veneziano, Federico Zandomeneghi,  con il voto che un’accurata retrospettiva ne ripresentasse le opere per una definitiva revisione critica. E ci auguriamo che, dopo vent’anni, questa selezione di dipinti di Zandomeneghi che presenta la Biennale, sia lo scioglimento del voto.

La prima Esposizione a Venezia delle opere del maestro nella Biennale del 1914, organizzata da Vittorio Pica con encomiabile tenacia superando la diffusa ostilità verso il pittore esule a Parigi e quasi dimenticato in patria, fallì tra l’indifferenza del pubblico e il rigore di una critica ancor soggetta alla retorica eloquenza della pittura ufficiale di Sartorio e Tito.

Nella Milano fervida di correnti rivoluzionarie del 1922, ebbe invece miglior sorte una postuma Mostra alla Galleria Pesaro, dovuta anch’essa alla missionaria fatica di Vittorio Pica.

Carrà e Sironi, Giolli e Somaré, i critici più liberi e acuti, inclusero definitivamente Federico Zandomeneghi nella serie dei maestri dell’Ottocento, ne riconobbero la particolare ispirazione che definì poi, con raro equilibrio, Enrico Piceni, nella citata monografia.

Ma vent’anni sono passati, l’esperienza artistica in Italia – soffocata dalla tradizione e costretta dagli eventi politici a a rinchiudersi in questa tradizione per gli scarsi richiami della vita internazionale – si è arricchita e intensificata nell’aperta atmosfera dell’oggi; ed è giusto considerare Federico Zandomeneghi col metro del gusto attuale.

Il nome di “Venitien” che a Parigi gli davano gli amici Renoir e Degas, racchiude tutto il suo destino di isolamento spirituale ed artistico.

Isolamento spiritale perché Zandò – come era anche chiamato a Parigi – non potè mai obliare la sua patria che non lo vantava maestro e pur rappresentava per lui una perenne nostalgia. Giovanissimo, aveva coraggiosamente abbandonato la famiglia per arruolarsi con Garibaldi partecipando alla campagna del ’60 in Sicilia; dopo più di quarant’anni di vita a Parigi, era ancora tanto fisicamente legato alla sua terra che, vistala invasa ed umiliata dopo Caporetto, ne ebbe infranto il vecchio cuore: improvvisamente la notte del 31  dicembre 1917 fu trovato spento ai piedi del suo letto.

Isolamento artistico perché pur anelando a una pittura moderna, Zandomeneghi rimane legato al colorismo tradizionalmente veneziano.

Nella sua giovinezza, la ricerca di modernità si era espressa nella fuga dal mondo accademico che nutriva l’arte del padre e dello zio scultori e nel lavoro di cinque anni a Firenze, a fianco dei rivoluzionari ”macchiaioli”. Zandomeneghi cerca di conciliare la sua vibrante sensibilità di puro colorista con la stesura tonale della “macchia”, e il risultato è meno artificioso, più intimo di quello conseguito dal conterraneo Cabianca come dimostrano “La lettrice” e “Gli innamorati” della raccolta Toniolo e i forti ritratti di Diego Martelli. Lentamente l’artista comprende che la pittura macchiaiola rinnova ma non supera la tradizione, e la sua ansia di modernità lo spinge a Parigi ove si stabilisce nel 1874, l’anno della rivoluzione impressionista.

Non bisogna confrontare Zandomeneghi con i maestri francesi indulgendo anche agli aneddoti di sue opere scambiate per originali di Degas e Renoir. E non bisogna neppure insistere sui dipinti in cui il “Veneziano” ha forzato l’ispirazione per gareggiare con le stilizzazioni di Degas o con le fantasie di Renoir. L’attenzione del critico deve insistere invece sul fatto che l’artista nostro affrontò il più periglioso esperimento: quello di vivere nell’orbita di due creatori, e pur seppe salvare una sua minore ma sincera personalità.

Opposta tanto a quella cerebrale di Degas quanto a quella lirica di Renoir, è la personalità d’un naturalista che muove ancora da una visione tradizionalmente armonica e concreta della realtà; e, anziché fondere dinamicamente la figura umana con l’atmosfera secondo il credo impressionista – che risopnde ad una filosofia rivoluzionaria moderna – si vale dell’atmosfera per intenerire di luce la salda forma umana classicamente dominatrice dell’opera d’arte. Una malinconica sensualità raffina il colore in vibrazioni di azzurri, di rosa, di verdi opalescenti; la gamma è veneta, attinta a Veronese e Tiepolo; ma la pennellata sottilmente divisionista imprime una vibrazione nuova dal colore.

Arte provinciale quella dello Zandomeneghi è stato scritto, ed è sostanzialmente vero; ma è anche vero che lo spitito del nostro era coraggiosamente teso verso l’universalità della nuova pittura impressionista. Non potè raggiugerla per il peso di una tradizione mirabile ma troppo incombente sulla sua personalità artistica raffinata e non potente, che intuì la necessità della liberazione e non ebbe tuttavia ali al grande volo. Questa personalità si espresse però con assoluta purezza rifuggendo ambizioni e facili successi con una dedizione all’ideale dell’arte nuova e moderna che è, per ogni generazione di artisti anzi oggi più che mai, esemplare.