Giovanni Boldini


Ferrara 1842 – Parigi 1931

“Quello che annoia molto sono la fabbrica di falsi Boldini che si è stabilita a Firenze, quelli che vedei io a Roma e quelli che tu descrivi… se potessi scoprire i falsari ti giuro che passerebbero un cattivo momento! Ma con un po’ di pazienza finirò per trovarli”

Boldini ad Alaide Banti, 7 maggio 1913

Era proprio un brutto anatroccolo: le gambe troppo corte, il torso troppo massiccio, la testa troppo grossa. Nessuno avrebbe potuto prevedere, osservando il piccolo “Zanin” Boldini che, pochi lustri dopo, sarebbe divenuto il grande Jean Boldinì, uno dei mostri sacri della Parigi fine secolo, e che nel suo vasto letto Impero sarebbero sfilate le più affascinanti donne di quella che doveva essere definita la “Belle Époque”.

Nato a Ferrara nel 1842, ottavo figlio di Antonio – buon restauratore e rifacitore dell’antico – che doveva poi averne altri cinque, Giovanni Giusto Filippo Maria Boldini non fu accolto con particolare entusiasmo o cerimonie o attenzioni. Era un figlio in più, un figlio capitato dopo tanti altri e prima di tanti altri, con una piccola personale caratteristica: era diverso, molto diverso da tutti gli altri. E lo si vide prestissimo. A cinque anni s’era già scoperta una fetta di mondo tutto suo nella casa paterna, un rifugio piccolissimo ma segreto ove ammassava matite, polveri colorate, qualche pennellino pazientemente raccolti nel disordine dello studio di restauro, e là in quel nascondiglio  disegnava, “affrescava” tutti gli spazi alla portata della sua piccola mano tozza e paffuta (e che tale rimase per tutta la vita), una mano dalla quale sembra impossibile siano usciti i disegni più aerei, più frizzanti, più indiavolati, più sofisticati del mondo.

Ma il genio e le ali sono due cose difficilissime da nascondere. Proprio come nella fiaba l’anatroccolo cominciò a trasformarsi in cigno. A dieci anni era ancora troppo piccolo per la sua età, ma si era fatto un comportamento “autorevole” e un po’ imperioso, camminava dritto per guadagnare qualche centimetro, aveva una larga fronte incorniciata da riccioli biondi, la bocca carnosa e sorridente (quando sorrideva), gli occhi azzurri luminosi spesso teneri, più spesso d’acciaio. E i piedi: i piedi piccoli e slanciati di cui andò sempre orgoglioso  e che sempre calzò con raffinatezza. Tutto tradiva in lui l’artista precoce, personale nel modo di osservare, giudicare, tradurre subito non importa dove e con qual mezzo – gesso, matita, frammento di mattone – instancabile, irrefrenabile.

Perciò, anche se il rifugio, il “granaio”, come lo chiamava, era rimasto miracolosamente segreto, il padre non poté fare a meno di constatare le tendenze di quel suo bizzarro Zanin. “Quel ragazzo sembra proprio uscito da un’altra covata”, confidava a un amico. “È ancora un bambino e già ragiona come un uomo, un artista. Un giorno gli ho chiesto perché fra tutti i suoi fratelli e sorelle prediligesse Beatrice. Perché è la più bella, mi ha risposto, e ha già i modi di una signora. Figurati! Vuole fare il pittore! Ma finch’io vivo nessuno dei miei ragazzi seguirà quel mestiere. Mica voglio che crepino di fame come me.”

Un giorno Zanin, tornando dalla scuola, ha la spiacevole sorpresa di vedere, in cima alla scala, spalancata la porta del suo “rifugio segreto”. Si precipita per protestare, constata subito i segni della violazione, ridiscende furibondo e…vede nel salotto comune il padre, piuttosto commosso, che mostra a uno sconosciuto un minuscolo quadretto: “Guardi, guardi…dipinto da un ragazzo di dodici anni!” Il ragazzo si avvicina timoroso di un castigo, ma il vecchio restauratore e copiatore deluso lo accarezza e dice con una punta di orgoglio: “Ecco qua, il mio Zanin, bisogna pure che faccia il pittore, visto che ne sa più di me…”.

Il suo destino era deciso. Lo studio paterno per quanto riguarda la tecnica, l’ambiente della stupenda Ferrara, ricca di opere d’arte, così carica di suggestioni e insegnamenti, offrivano al giovane tutti gli incanti e le possibilità: poteva ormai lavorare a viso scoperto, freneticamente com’era suo costume, e per riposarsi si buttava nel mondo della musica che lo attraeva quasi quanto quello della pittura, e nel mondo dell’amore, con innamoramenti per ragazze che riusciva a incantare con il suo spirito e il naturale ardire. Già sin d’allora tutto ciò che la matita di Boldini toccava si trasformava in vita e in danaro. Piovvero da amici giovani e meno giovani le commissioni per quei ritrattini così spiritosi e somiglianti, “con qualcosa in più”, ch’egli sapeva eseguire con rapidissimo magistero.

Boldini, ormai giovane uomo, sapeva lucidamente quel che voleva: dipingere ed evadere. Il mirabile ambiente  di quella città del silenzio non gli bastava più, lo limitava, lo soffocava, gli aveva già dato tutto ciò che gli poteva dare. Invece, Firenze… Un mondo nuovo, una città in pieno fermento, i “Macchiaioli” che si battevano clamorosamente contro l’accademia fatiscente, che “davano scandalo”, che attiravano disprezzo ed entusiasmo come di lì a dieci anni dopo avrebbero fatto gli “Impressionisti” a Parigi.

Giovanni coi suoi ritrattini e altri lavori aveva già messo da parte una piccola somma, ma un vero colpo di fortuna (ne contò parecchi in vita sua) affrettò gli eventi: uno zio canonico morendo gli destina ben duemila lire. Commosso (ma non troppo) poiché si trattava di lasciare non solo la casa ed il luogo natìo, ma anche una ragazza, il ventenne Boldini, più certo che mai delle proprie capacità artistiche e più fiducioso, anche, dopo i primi successi sentimentali, del proprio aspetto fisico (i buoni guadagni gli avevano consentito le prime escursioni nel dominio del “dandysmo”) prende il treno per Firenze.

Doveva trattarsi di un viaggio di ricerca, di orientamento: fu invece una tappa importante per la sua vita di pittore. Boldini si buttò subito allo studio, ma, come era prevedibile, l’Accademia lo annoiò ben presto, vecchia cucina già digerita. Molto più lo interessavano il Caffè Michelangiolo e i Macchiaioli che vi tenevano allegre e tumultuose sedute. Si legò in modo particolare con Banti e Gordigiani, ma fu accolto festosamente anche da tutti gli altri: Signorini, Fattori, Borrani, Cabianca, Abbati. Ottimi artisti tutti, compresero subito che quel tipo curioso era uno dei loro, e dei migliori e dei più dotati.

Il ferrarese si divertiva al Caffè Michelangiolo: gli altri gridavano, proclamavano, discutevano, demolivano; lui disegnava, caricaturava (ferocemente), interrompendosi solo di tratto in tratto per rispondere, in modo fulminante, a qualche domanda maliziosa e provocatoria.

Che cosa gli portò il soggiorno sulle rive dell’Arno, interrotto naturalmente da puntate nella sua Ferrara piena di ricordi, a Napoli, a Parigi, a Montecarlo, solo o in compagnia di amici? Anzitutto lo “sprovincializzò” (Firenze, dicono, era una città di provincia, ma una provincia di lusso abitata da talenti) completando il suo innato senso di sicurezza, raffinando il suo gesto istintivo, quella sete per le cose desiderabili, i gioielli, le stoffe preziose, le vetture accoglienti, i cavalli e le donne. Comprese una volta per sempre che quelle sue manine paffute, ostinatamente infantili, potevano, impugnando un pennello o una matita, spalancargli le porte dei più impensati paradisi. Poi, la quotidiana frequentazione di pittori come Fattori e Lega, il contatto di personaggi che univano l’arte alla cultura – come Banti, Signorini, come il critico Diego Martelli e lo scultore Adriano Cecioni – gli aprivano gli occhi su problemi e su possibilità di un’arte ansiosa di rinnovarsi. Come si è visto, Boldini discuteva poco e lavorava molto, ma nulla gli sfuggiva e in quel miracoloso computer che era il suo cervello ammassava dati e impressioni che sarebbero tornati, folgoranti, anni e anni dopo.

Comunque a Firenze avvenne la prima incarnazione di Boldini, il Boldini macchiaiolo. A parte i lavori di routine accettati e svolti, con l’amico Gordigiani, per necessità pratiche, Giovanni portò a termine un gruppo di opere per lo più di piccole dimensioni, come quasi sempre nelle sue “prime maniere”, ma di buon contenuto pittorico. Al pari di tutti i geni Boldini era nato con una personalità già definita e prepotente, ma capace di captare con fulmineità e suggellare a modo proprio tutto ciò che gli era, appunto, congeniale. Detestava le teorie, le chiacchiere su pittura e non pittura, ma le possibilità che la “macchia”, i colori puri, le impaginazioni immediate e non accademiche offrivano all’artista non lo lasciavano indifferente.

Nacque così quella piccola serie di capolavori costituita dai ritratti dei suoi compagni d’arte: Cabianca, Fattori, Bechi, Abbati, Andreotti e Banti. Non meno significativi e scalpitanti di quelli sciabolanti del Boldini parigino. Intuizione psicologica, libertà di fattura unita come sempre a prodigi di tecnica fanno di queste tavolette alte due palmi una specie di somma di ciò che la Toscana poteva spremere da Boldini.

Vanno pure ricordate le numerose, piccole impressioni della campagna toscana, così nervose, così vere, così macchiaiole eppure così irrimediabilmente impresse di quell’eleganza (eleganza intima, profonda, non voluta, forse sofferta) che sin dai primi saggi apparve come la sigla dell’artista. Non che Boldini non sapesse affrontare fin d’allora, con la più schietta naturalezza, le grandi superfici. Ospite di una famiglia inglese, i Falconer, nella loro villa presso Pistoia, “La Falconiera”, egli, per lasciare un ricordo di sé, affrescò le pareti della sala da pranzo con le scene e le visioni campestri che si potevano gustare dalle finestre della limpida villa toscana.

Dunque Boldini lavorava, amava, conosceva le gioie dell’amicizia e del successo. Ma qualcosa lo rodeva dentro, una voce da sempre gli sussurrava: Parigi! Naturalmente Boldini, col suo carattere deciso, non poteva resistere molto. Fece armi e bagagli, lasciò lavori interrotti, cuori infranti, guadagni sicuri, e partì.

Giunse a Parigi in un momento eccezionale: l’impero di Napoleone III sembrava superbo e inattaccabile, la grande Esposizione del ’67 era stata la dimostrazione della straordinaria fioritura della ricchissima Francia e delle sue colonie. Piccolo, così piccolo e sperduto in quella immensa metropoli ove quasi nessuno lo conosceva, l’italianino ebbe un momento come di vertigine. Ma durò poco.

Boldini, che in quei brevi giorni aveva visitato tutti i musei, visto un mucchio di cose nuove, conosciuto Degas, Manet, Sisley, ma soprattutto aveva respirato l’aria di Parigi, si era perduto tra quella folla irrequieta, aveva vagabondato tra le casupole di Montmartre e i palazzi di Rue de la Paix. Tornò a Firenze inquieto, impaziente, pronto alle più spericolate avventure. Non ce la faceva più.

Non sognava che di Parigi, delle sue battaglie artistiche, dei suoi teatri, dei suoi caffè, dei suoi “salons” affollati di splendide donne… Che fare? Ancora una volta la buona stella che vegliava su di lui lo toglie da quello stato di turbamento.

Un ricco inglese, Sir William Cornwallis West, mecenate e pittore lui stesso, conosciuto dall’amico Gordigiani, s’incapriccia di quell’ometto scontroso, lo invita con insistenza a Londra e per facilitargli le cose mette a sua disposizione il proprio atelier in un palazzo di Hyde Park, frequentato da tutta la Londra “che contava”. Presentato in modo così perentorio, le prime commissioni gli arrivarono subito. Boldini eseguiva ritratti di piccole dimensioni, di una tecnica e di un’eleganza sobria, molto inglese e pure personalissima. E di una somiglianza indiscutibile, ravvivata dal fascino di una fresca pittura. Aveva visto e meditato i grandi ritrattisti inglesi del XVIII secolo, ma, se ne aveva tratto qualche piccolo suggerimento, era rimasto Boldini e solo Boldini.

Si fece subito pagare quaranta sterline ogni dipinto, somma enorme allora, per un giovane pittore: ma quando ebbe eseguito il ritratto di Lady Bechis, arbitra indiscussa di tutte le eleganze, sovrana dolcemente dispotica di tutti i salotti del West-End, nessun compenso parve più eccessivo pur di ottenere la propria immagine dipinta da quel little, wonderful Mister Boldini, e il nostro dandy poté finalmente farsi vestire dai più illustri sarti di Savile Road e calzare dal fornitore stesso del Principe di Galles.

Tutto bene dunque, ma, come ebbe a dire più tardi lo stesso Boldini, “on ne peut pas vivre longtemps loin des trottoirs de Paris”. Era una cosa indubbiamente lusinghiera, imprevista e proficua essere divenuto in così breve tempo il pittore prediletto e conteso della buona società londinese. Però sedersi sulla terrazza di una brasserie a Montmartre, veder sfilare quel mondo cangiante, vitale, seguire la linea e il ritmo di quelle gambe snelle, nervose, “intelligenti” che le belle dame come le indemoniate midinettes lasciavano intravvedere sotto le lunghe leggere sottane, quasi ancora crinoline, e poter disegnare in un’ora mille cose diverse e impreviste… Altro che l’atelier di Hyde Park.

Parigi si stava riprendendo dal tragico abisso in cui l’aveva gettata la sconfitta del ’70 a Sedan, col frenetico entusiasmo di una giovinetta che esce indenne da una malattia mortale. Come resistere a un simile richiamo? Decisione napoleonica ancora una volta: senza neppure portare a termine il ritratto iniziato di una dolce miss, senza avvertire nessuno il trentenne Boldini, in piena forma, parte alla conquista della città dei suoi sogni. Si stabilì a Montmartre, in Avenue Frochot. Parigi –  era fatale, era previsto – gli aperse subito le braccia. Due diversi tipi di braccia, anzi, se mi è consentito dire così. Anzitutto quelle dei mercanti. Gli bastò mostrare al più celebre e facoltoso negoziante del momento, il Goupil, una sola tavoletta (una delicata immagine d’inglesina) che aveva portato con sé, perché quell’astuto commerciante gliela acquistasse a ottime condizioni e gli chiedesse insistentemente altri dipinti.

Poi conobbe Berthe, una modella, proprio il tipo capriccioso, malizioso, mutevole che Boldini amava dipingere, un piccolo essere grazioso, che sapeva “posare” d’istinto, senza sforzo, in ogni momento, con sorridente pazienza…e che si innamorò di quel prepotente. Pratica dell’ambiente, seppe svelargliene tutti i “trucchi”, gli trovò un atelier in Place Pigalle dove Boldini trascorse undici anni, lo convinse persino – le fu certo facilissimo – ad aumentare i prezzi. Libero come l’aria, esente da impegni mondani, Boldini poté dedicarsi pienamente al suo sport favorito, il lavoro, che in questo periodo si orientò sue due direttrici: da un lato la pittura di scenette quotidiane, pic-nic sull’erba, incontri di innamorati, visioni rapide del mondo variopinto ch’egli poteva osservare direttamente dalle vetrate del suo atelier; dall’altro quadri di genere, figurine ambientate in salotti sontuosi o nel parco di Versailles, insomma il genere Meissonier che allora furoreggiava indiscusso e che gli antiquari gli richiedevano continuamente.

Lavorava sapendo che a un certo momento il suo volo si sarebbe fatto più alto e sicuro. Si trovava talvolta nei caffè con colleghi illustri – Degas, Lautrec, Manet, Gervex, Gerôme – ma preferiva trascorrere le sue sere a teatro per osservare e prendere appunti. Seguiva, naturalmente, l’opera dei colleghi più interessanti (Degas soprattutto) ma la fiammata dell’Impressionismo non lo lambì neppure. Fu tra i primissimi a comprendere che le “etichette”, le definizioni non servivano a nulla se non “a far ciarlare” come al Caffè Michelangiolo.

Che c’era di comune, per esempio fra gli impressionisti Degas e Renoir? No, quanto a lui preferiva la splendid isolation. Il suo momento sarebbe arrivato solo attraverso le due forze che lo avevano sempre aiutato e trascinato: il lavoro e…la donna. Infatti Boldini incontra la bruna, affascinante contessa Gabriella de Rasty. Se la povera piccola Berthe gli aveva svelato i segreti di Montmartre, Gabrielle gli svelerà quelli dell’alta società parigina. I due fanno subito coppia. Berthe, la grisette, scivolerà a poco a poco nel passato e Boldini entrerà, a trentadue anni, nel periodo decisivo della sua carriera.

Ora pianta sul cavalletto tele alte due metri e le aggredisce, le sciabola con lunghe pennellesse. Una vera forza della natura asserisce chi ha avuto il privilegio di assistere a qualcuna di queste “sedute”.

Comincia la sfilata delle immagini femminili che faranno epoca nella storia dell’arte e del costume: Cléo de Merode, Lina Cavalieri, la marchesa Casati, la principessa Bibesco, l’Infanta Eulalia di Spagna, mademoiselle Lanthelme, Donna Franca Florio, la principessa Murat, madame Vanderbilt, la contessa Ritz e la duchessa Consuelo di Malborough, madame Victor-Hugo…Un discorso a parte meriterebbero anche i ritratti virili: Robert de Montesquiou, Henri-Rochefort, il pittore Whistler, Willy e, capolavoro dei capolavori, quello a pastello di Giuseppe Verdi, oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma.

Per circa trent’anni Boldini si prodiga circondato da un favore costante, ma che, strano a dirsi, non lo tocca nell’intimo. Certo, le stupende – e spesso compiacenti – donne, gli uomini più in vista che da Parigi come da Londra, da New York come da Buenos Aires accorrono a far idealmente “la coda” davanti alla Casa Rossa di Boulevard Berthier per ottener l’onore, non sempre concesso, di essere ritratti (prezzi da capogiro, decine di milioni odierni) da quell’infernale piccolo mago lo lusingano. Ma alla celebrità è avvezzo, il denaro è più un’affermazione che una meta. Infatti non sarà mai veramente ricco. Non è prodigo, ma ha una speciale predisposizione per le speculazioni sbagliate: il famigerato “prestito russo” inghiotte gran parte del suo patrimonio. Quel che a lui importa è ancora e sempre lavorare.

Quando per un naturale riflusso, all’inizio del secolo una specie di corrente ostile si agita contro di lui accusandolo persino di fare dell’arte “immorale”, non ne è minimamente scosso; anzi, tra una cena e l’altra in compagnia dei suoi amici pittori Sem e Helleu, dipinge sempre più “Boldini”, porta alle estreme conseguenze, quasi al limite del surrealismo, del caricaturale la sua tecnica e la sua visione. Lui sapeva benissimo di essere Boldini e che gli altri – qualunque fosse il loro valore, la loro scuola – non lo erano. Sul Figaro uno dei più noti, aperti e sensibili critici dell’epoca, Arsène Alexandre, il 14 aprile del 1909 scrisse:

“Oggi il suo talento è pervenuto al più alto grado. Oserei quasi affermare che il Ritratto della Marchesa Casati è il più bel pezzo di pittura di tutto il Salon. Cosa paradossale. Egli ha raggiunto una autentica grandezza attraverso ciò che in arte sembra proprio il nemico della grandezza stessa: la più ardita negazione delle linee. Siamo di fronte ad un gettito di disegno così bello, a una così forte e così severa (ma sì, severa) tensione d’armonia, che pur su un tema essenzialmente d’oggi si pensa alla tensione dei grandi maestri del passato”.

Ma la vita corre via rapida, e se il pittore prima anziano poi vecchio, vecchissimo non conosce riposo, non vuole ancora rinunciare, la sua mano però non ha più la forza e la levità che per quasi un secolo l’avevano privilegiata. Negli ultimissimi anni bisognava dolcemente strappargli quadri ch’egli voleva correggere  perché gli sembravano monocromi. Era una cosa straziante, mi diceva Emilia Cardona, che il pittore sposò quasi alla soglia dei novant’anni (“Avrei voluto adottarla…ma occorreva troppo tempo”) e che lo aiutò a concludere con un ultimo raggio di giovinezza quella lunga esistenza. Dipingere, ancora, sempre…Nelle ore estreme, avvertendo un singhiozzo della sua “Milly”, egli sporse dal letto una mano tremula, sorrise, disse: “Non piangere, guarirò e ti farò un ritratto con un vestito nero lungo lungo. Il più bel ritratto della mia vita…”.

Spirò all’alba. Aveva ancora la mano col pollice alzato come chi tiene una grande tavolozza. Nessuno riuscì a piegarglielo.

 

Enrico Piceni, 1979

1842
Giovanni Boldini nasce  a Ferrara il 31 dicembre, ottavo figlio di Benvenuta Califfi (che ne avrà altri cinque)  e Antonio Boldini, originario di Spoleto, pittore e restauratore specializzato in dipinti sacri e ritratti. Sarà lui a introdurre “Zanin” alla pittura.

1855
Realizza la prima opera nota, l’olio Il cortile della casa paterna.

1858
Frequenta al Palazzo dei Diamanti i corsi di pittura di Girolamo Domenichini, autore col padre degli affreschi accademici nel locale Teatro, e di Giovanni Pagliarini. Ha così modo di conoscere bene i grandi quattrocentisti ferraresi, oltre a Dosso Dossi e al Parmigianino.

1860
Dopo aver dedicato i primi anni della sua formazione artistica alla copia dei capolavori rinascimentali, conquista una certa fama a Ferrara, appena diciottenne, come ritrattista.

1862
Grazie a una piccola eredità di uno zio sacerdote e su consiglio del padre, si trasferisce a Firenze per iscriversi all’Accademia di Belle Arti, dove insegnano Stefano Ussi ed Enrico Pollastrini. Per via del carattere ribelle non frequenta a lungo l’Istituto. Durante il soggiorno fiorentino viene introdotto da Michele Gordigiani e Cristiano Banti nel gruppo dei Macchiaioli e nell’ambiente del Caffè Michelangiolo.

1863-1864
A Firenze frequenta anche il “Caffè Doney” ed entra in contatto con gli intellettuali e le personalità straniere residenti in Toscana, dai russi Laskaraki agli inglesi Falconer, che spesso lo invitano nella loro villa di Pistoia, “La Falconiera”.

1865
È ospite a Castiglioncello di Diego Martelli, di cui realizzerà un ritratto un paio di anni dopo (Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti).

1866
Si reca a Napoli con Cristiano Banti, rimanendo affascinato dall’ambiente partenopeo e dall’originalità di alcuni naturalisti locali.
Realizza alcuni ritratti del collega pittore e della sua famiglia, ottenendo il plauso, ma anche qualche critica nella cerchia dei Macchiaioli, che gli rimproverano il colore “continuamente bello e lucido”.

1867
Esegue il ritratto delle Sorelle Laskaraki (Ferrara, Museo Boldini) e riceve la sua prima commissione di rilievo, ovvero la decorazione a tempera della “Falconiera” di Pistoia con scene di carattere agreste ambientate in paesaggi toscani. Compie un viaggio in Francia con i Falconer. A Montecarlo dipinge il Generale spagnolo, una delle cose migliori della sua gioventù, come egli stesso dirà. A Parigi visita l’Esposizione Universale e conosce  Degas,  Sisley e  Manet. Ha poi modo di confrontarsi con i maestri più in voga nella capitale, quali Gérôme e Meissonier.

1870
Completa gli affreschi alla “Falconiera”. È anche l’anno in cui si reca  a Londra, ospite di William Cornwallis West, conosciuto a Firenze, che gli mette a disposizione uno studio nel centro della città. Ammira i ritratti inglesi, specie di Gainsborough, visti con Turner, ed esegue con successo diversi ritratti di signore del luogo.

1871
Si trasferisce a Parigi e apre uno studio nell’avenue Frochol, poi in place Pigalle, dove risiede con la modella Berthe. Collabora con il potente mercante d’arte Goupil – per il quale lavorano già Giuseppe Palizzi, de Nittis, Fortuny e Messonier – e realizza una serie di quadri di genere di piccolo formato e di ambientazione settecentesca.

1874
Espone con successo al Salon Les blanchisseuses (Le lavandaie). Rompe con la popolana Berthe e inizia una relazione con la contessa Gabrielle de Rasty, che lo introdurrà nel bel mondo della capitale.

1875
Espone al Salon un Ritratto della Contessa de Rasty, la sua nuova musa ispiratrice. Da questo momento incomincia a stirare la sua pennellata e inizia il periodo decisivo e folgorante della sua carriera.
In maggio torna per un breve periodo a Ferrara a causa della morte della madre.

1876
Va in Germania, dove incontra e ritrae  il pittore Menzel, e in Olanda, dove rimane affascinato dalle opere di Frans Hals.
Si impone come ritrattista di grido, diventando un “mostro sacro” della Parigi fin de siècle con le sue creature femminili guizzanti e serpentine.

1880
A partire da questa data intensifica la produzione di pastelli.

1885
Si reca a Nizza, poi a Firenze, ospite di Banti.

1886
Si trasferisce da Place Pigalle nell’elegante Boulevarde Berthier, dove ritrae Giuseppe Verdimusicista che adorava e che aveva conosciuto dopo averlo visto dirigere all’Opéra – nel celeberrimo pastello oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma.
Il successo di Boldini come pittore mondano viene confermato dalla messe di ritratti che gli vengono commissionati dai protagonisti del tout Paris.

1889
Viene nominato commissario per la sezione artistica italiana all’Esposizione Universale di Parigi. Nell’occasione presenta complessivamente otto opere,  fra cui il Ritratto di Verdi e quello della nipote dell’ambasciatore cileno presso il Vaticano Emiliana Concha de Ossa. Il quadro, noto anche come Pastello bianco, è un magistrale esempio di questa tecnica anche su vaste superfici. Si reca in Spagna con Degas. Il viaggio segna un rinnovamento nella sua pittura, sulla quale agiscono pienamente i fermenti del decennio formativo di incubazione.

1890
Meissonnier fonda, con Puvis de Chavannes, la Société Nationale des Beaux-Arts, frutto della secessione dal Salon des Indépendants, che senza giuria e senza premi offre a chiunque la possibilità di esporre. All’iniziativa si associa anche Boldini, insieme a Sisley, Blanche e Rodin.
Probabilmente in seguito alla conoscenza dell’opera dello svedese Anders Zorn sceglie di aumentare il formato delle sue tele.

1892
Torna in Italia, a Montorsoli, ospite di Banti, per soddisfare la richiesta del Museo degli Uffizi di un suo Autoritratto, che esegue in cambio di un calco del busto del Cardinale de’ Medici del Bernini.
Torna a Parigi dove per un anno dà lezioni di pittura alla giovane e ricca americana Ruth Sterling.

1900
Partecipa di nuovo all’Esposizione di Parigi con il Ritratto di Whistler del Brooklyn Museum di New York e quello dell’Infanta Eulalia di Spagna (Museo Boldini, Ferrara).
Viene invitato a Palermo dalla famiglia Florio per eseguire il ritratto della baronessa Franca, che verrà poi modificato perché giudicato troppo “osé” dal marito.

1904
Chiede in sposa Adelaide Banti, da lui più volte ritratta in precedenza, ma il matrimonio con la figlia dell’amico pittore non si concretizza. A Parigi intreccia una relazione con la signora de Joss de Couchy.

1914
Agli inizi della prima guerra mondiale si trasferisce prima a Londra e poi sulla Costa Azzurra, a Nizza, con la nuova modella Lina fino al 1918.

1916
Un grave problema alla vista lo costringe a ridurre la sua attività.

1918
Quando la guerra volge  al termine rientra a Parigi, dove l’anno seguente  il governo francese lo insignisce della Legione d’onore.

1926
Malato e con la vista sempre più indebolita, conosce durante un’intervista per la “La Gazzetta del Popolo” la trentenne giornalista italiana Emilia Cardona, che diventerà sua moglie il 29 ottobre 1929.

1931
Muore a Parigi,  al termine di una gloriosa carriera artistica, l’11 gennaio all’età di 89 anni.

1909
A. Soffici, Italiani all’estero. Boldini, in “La Voce”, 18 marzo

1925
F. De Pisis, Una visita a Giovanni Boldini, in “Corriere Padano”, 4 ottobre

1931
J.E. Blanche, Portraits féminins de Boldini, in “L’Illustration française”, 5 dicembre
E. Cardona, Vie de Jean Boldini, Figuière, Parigi
U.Ojetti, Boldini, in “Corriere della Sera”, 13 gennaio

1932
A. Cecioni, Opere e scritti, a cura di E. Somaré, Edizioni d’Arte moderna L’Esame, Milano

1934
M. Tinti, Giovanni Boldini ante Parigi, “Emporium”,  luglio

1937
E. Cardona, Lo Studio di Giovanni Boldini, Rizzoli, Milano

1943
E. Piceni, Ritratto della marchesa. Un perito d’arte nega che si tratti di un Boldini, in “Corriere d’Informazione”, 21-22 luglio

1949
E. Piceni, Per colpa del pittore la bimba fu bocciata, in “Corriere d’Informazione”, 28-29 maggio

1951
E.Cardona, Boldini nel suo tempo, Daria Guarnati, Milano

1962
D. Cecchi, Giovanni Boldini, Unione tipografico-editrice torinese, Torino

1966
E. Cardona-R. De Grada-E. Piceni, Boldini, Il Torchietto, Milano

1970
E. Camesasca, L’opera completa di Boldini, introduzione di C.L. Ragghianti, Rizzoli, Milano
D. Martelli, Esposizione di Belle Arti in Parigi 1870. Impressioni in punta di penna, in “La rivista Europea”, II, 3, Firenze, 1 agosto 1870
D. Prandi,
Catalogo dell’opera incisa di Giovanni Boldini, Reggio Emilia

1981
S. Bartolini, Giovanni Boldini. Un macchiaiolo a Collegigliato, Il Torchio, Firenze
E. Piceni, Boldini. L’uomo e l’opera, Bramante, Milano

1982
V. Doria, Boldini inedito, Grafis, Bologna

1989
P. Dini, Boldini Macchiaiolo, Umberto Allemandi, Torino

1997
A.Buzzoni-M.Toffanello (a cura di), Museo Giovanni Boldini. Catalogo generale completamente illustrato, ed. Ferrara Arte, Ferrara

1998

M. M. Lamberti, La Maison Goupil e gli artisti italiani, in catalogo della mostra (Livorno, 1998-1999), pp. 60-65
G. Matteucci, “Intender non la può chi non la prova…”, in catalogo della mostra (Livorno, 1998-1999), pp. 9-28

T. Panconi, Giovanni Boldini. L’uomo e la pittura, Pacini Editore, Pisa

2000
B. Doria, Catalogo generale degli archivi Boldini, Rizzoli, Milano

2001
G. Belli, Impressionisti? No grazie!, in catalogo della mostra (Trento, 2001), pp. 11-15

A. Borgogelli, Boldini a cavallo di due secoli, in catalogo della mostra (Trento, 2001), pp. 31-45
F.Dini, In margine al centenario della scomparsa dell’insigne compositore: Boldini e Verdi, in “Nuova Antologia”, vol. 587, fascicolo 2220, Firenze
C. Sisi, Diego Martelli e la nouvelle peinture, in catalogo della mostra (Trento, 2001), pp. 23-29

2002

F. Dini-P.Dini, Giovanni Boldini (1842/1931). Catalogo ragionato, Umberto Allemandi, Torino

T. Panconi, G.Boldini. L’opera completa, Edifir, Firenze
2005
F. Dini, Dalla “macchia” alla Belle Epoque: il geniale virtuosismo di Boldini, in catalogo della mostra (Padova, 2005)
F. Mazzocca, Il genio inafferrabile di Boldini e la sua discussa fortuna, in catalogo della mostra (Padova, 2005)
T. Panconi, Giovanni Boldini, un geniale antipatico, in “L’Ottocento, indagini etiche ed estetiche per il collezionista d’arte”, Pisa
C. Sisi, Boldini, Goupil e il Settecento ritrovato, in catalogo della mostra (Padova, 2005)

2009

F. Dini, Boldini e gli “artisti italiani di Parigi”, in catalogo della mostra (Roma, 2009-2010)

2011

M. Doria, I disegni di Giovanni Boldini: catalogo generale, Skira, Milano

2015
N. Colombo, Belle Epoque. La Parigi di Boldini, De Nittis e Zandomeneghi, in catalogo della mostra (Milano, 2015-2016), pp. 9-13

1897
New York, Wildenstein Gallery, autunno
1900
Parigi, Exposition Internationale  Universelle de 1900. Catalogue officiel spécial d’Italie
1933
New York, Wildestein&co., Loan Exhibition of Painting by Boldini, 20 marzo-8 aprile
1948
Buenos Aires, Wildenstein Gallery, Expocition Boldini
1960
Ferrara, Palazzo dei Diamanti, Boldini al Palazzo dei Diamanti
1959
Firenze, Istituto Francese, Boldini e Parigi. Acquerelli e disegni, a cura di E. Piceni, 25 maggio-15 giugno
1963
Ferrara, Casa Romei, Boldini, a cura di E. Cardona Boldini-G.Gelli-E. Piceni, luglio-ottobre
Parigi, Musée Jacquemart-André, Boldini, a cura di E. Cardona Boldini-E. Piceni, marzo-maggio
1984
New York, Stair Sainty Matthiesen, Three Italians Friends of the Impressionists. Boldini, De Nittis, Zandomeneghi, a cura di G. Matteucci-E. Steingräber, 14 marzo-20 aprile
Pistoia, Convento di S. Domenico, Giovanni Boldini, a cura di P. Dini, 28 settembre-15 novembre

1986

Montecatini Terme-Torino, Azienda Autonoma di Cura e Soggiorno-Mole Antonelliana, Dal Caffè Michelangelo al Caffè Nouvelle Athènes. I Macchiaioli tra Firenze e Parigi, a cura di P. Dini, 23 agosto-5 ottobre, 25 ottobre-30 novembre

1988
Montecatini Terme, Azienda Autonoma di Cura e Soggiorno, La donna e la moda nella pittura italiana del secondo ‘800 nelle collezioni private, a cura di P. Dini, 30 luglio-30 settembre
1998-1999
Milano, Museo della Permanente, Una stanza a Montmartre. Il paesaggio francese nella pittura italiana da Boldini a Birolli, a cura di A. Ghinzani-G. Raboni, 7 novembre-3 gennaio
Livorno, Villa Mimbelli, Museo Civico “Giovanni Fattori”, Aria di Parigi nella pittura italiana del secondo Ottocento, a cura di G. Matteucci, 4 dicembre-5 aprile
2001
Trento, Palazzo delle Albere, Boldini, De Nittis, Zandomeneghi. Mondanità e costume nella Parigi fin de siècle, a cura di G. Belli, 12 aprile-29 luglio
2003
Ferrara, Palazzo dei Diamanti, Degas e gli italiani di Parigi, a cura di A. Dumas, 14 settembre-16 novembre
2005
Padova, Palazzo Zabarella, Boldini, a cura di F. Dini-F. Mazzocca-C. Sisi, 15 gennaio-29 maggio
2006
Castiglioncello, Centro per l’arte Diego Martelli-Castello Pasquini, Boldini, Helleu, Sem. Protagonisti e miti della Belle Époque, a cura di F. Dini, 7 luglio-12 novembre
2007
Barletta, Palazzo della Marra, Pinacoteca G.De Nittis, Zandomeneghi, De Nittis, Renoir. I pittori della felicità, a cura di T. Sparagni-E. Angiuli, 31 marzo-15
Montecatini Terme, Terme Tamerici, Boldini. Mon amour, a cura di T. Panconi, 18 settembre-30 dicembre
2009-2010
Ferrara-Williamstown, Palazzo dei Diamanti-Sterling and Francine Clark Art Institute, Boldini nella Parigi degli Impressionisti, a cura di S. Lees, 20 settembre-10 gennaio, 14 febbraio-25 aprile
Roma, Chiostro del Bramante, Boldini e gli italiani a ParigiTra realtà e impressione, a cura di F. Dini, 14 novembre-14 marzo
2011
Como, Villa Olmo, Boldini e la Belle Époque, a cura di S.Gaddi-T.Panconi, 26 marzo-24 luglio
Milano, Galleria Bottegantica, Giovanni Boldini. Capolavori e opere inedite dall’Atelier dell’artista, a cura di S. Bosi-E. Savoia, 25 febbraio-30 aprile
2013-2014
Rovigo – Bordeaux, Palazzo Roverella, Galerie des Beaux-Arts, La Maison Goupil e l’Italia. Il successo italiano a Parigi negli anni dell’Impressionismo, a cura P. Serafini, 22 febbraio – 23 giugno 2013, 23 ottobre 2013-2 febbraio2014-2015
Milano, GAM Manzoni, Boldini. Parisien d’Italie, a cura di F.L. Maspes-E. Savoia, 24 ottobre- 18 gennaio
Milano, GamManzoni Centro Studi per l’Arte Moderna e Contemporanea, Belle Epoque. La Parigi di Boldini, De Nittis e Zandomeneghi, 23 ottobre-21 febbraio
2015
Forlì, Musei di San Domenico, Boldini. Lo spettacolo della modernità, a cura di F. Dini-F. Mazzocca, 1 febbraio-14 giugno
2016-2017
Viareggio, Fondazione Matteucci per l’Arte Moderna, L’Ottocento aperto al mondo. Il tempo di Signorini e De Nittis nelle collezioni Borgiotti e Piceni, progetto di G. Matteucci, catalogo a cura di C. Fulgheri- C. Testi
2017
Roma, Complesso del Vittoriano, Giovanni Boldini, a cura di T. Panconi, S. Gaddi, 4 marzo-16 luglio