Roberto Paribeni: Giovanni Boldini, discorso commemorativo pronunziato alla Reale Accademia d’Italia il 13 febbraio 1932:

Può alcuno essersi domandato, perché la Reale Accademia d’Italia abbia voluto con speciale celebrazione onorare la memoria di Giovanni Boldini, perché anzi dei due grandi artisti del secolo scorso che saranno largamente rappresentati nella imminente Biennale di Venezia: Giovanni Boldini e Francesco Paolo Michetti, abbia prescelto il primo, pittore senza alcun dubbio insigne, ma vissuto e celebrato lungi dal nostro paese, a noi scarsamente noto per diretta visione dell’opera sua, e apparso a non pochi quasi estraniato alla nostra gente, lontano da noi, sensibile più al fascino di plausi clamorosi di altri più doviziosi popoli, che non alla pia voce materna della sua terra. Non mancò invero chi tali cose scrisse ed anche con dure parole, quando nel febbraio dello scorso anno la morte, fermando il corso trionfale di ambizioni e di sogni per troppi ustri largamente soddisfatti, e perciò più che mai insaziati, sembrò ricondurre alfine questo grande vegliardo al desiderio verace ed effettivo della sua Ferrara.

Ora proprio questo doloroso destino dell’allontanamento e non solo materiale dalla propria terra, questo destino che fu di molti nostri nobili spiriti, e non fu da imputarsi a loro colpa, e non mancò di sconsolata amarezza e talora di fulgidi eroismi, questo destino sembrò dovesse esser rivelato e posto in luce. E’ proprio in questa sede e da questa nostra Accademia la quale per sua istituzione e per congenita sensibilità meglio che ogni altro istituto può e vuole asserire la propria fede, che di tanto tragica vicenda possa ormai ritenersi giunta la fine.E’ nostro officio sentire e affermare, che l’Italia può ora bastare a ogni desiderio e ad ogni ambizione, che nessuna intelligenza, per quanto alta, che nessuno spirito, per quanto vasto, potrà più sentirsi soffocato e angustiato tra le Alpi e il mare.

Il popolo italiano ha portato fino a poco fa la pena di un troppo rapido e non troppo meritato successo: quello che in undici anni dal 1859 al 1870 gli assicurò l’immenso bene della unità e della indipendenza della patria. A tanto avvenimento, che rimontava in due lustri quattordici secoli di storia, il popolo italiano non era completamente preparato, e non aveva dato che poca parte dell’opera e dell’anima sua. Tanto più ammiranda la fede, l’audacia, la sagacia dei non molti che a così alto segno avevan teso il loro arco! Ma anche quei grandi ebbero alle volte sviamenti e decadenze. Purtroppo alla umana fralezza non è quasi mai concesso compiere più di una grande impresa, e a molti di quegli altissimi spiriti o la vita mancò o la vigoria fu fiaccata dallo sforzo immane sostenuto, o la mente svagò dietro nebbiose utopie o, destino ancora più doloroso, l’arma sottile dell’intrigo e dell’insidia li relegò ancora freschi e possenti lontano dall’azione e dalla vita.

La grande massa, tepida, disorientata, ignara non comprese, non si appassionò, non ebbe né larghe vedute, né virili orgogli, né salda tenacia di propositi. Ed era naturale; non ama, se non chi ha sofferto, e troppo pochi eran coloro che avevano fatto e sofferto qualche cosa per il loro paese. Le congenite virtù della stirpe riuscirono sì a dare al governo della cosa pubblica uomini saggi, onesti e buoni che salvarono la pargoletta bella e nuova da non pochi gravissimi rischi, e sopirono le sospettose malevolenze di quasi tutta l’Europa. Ma mentre a fatica noi consolidavamo uno stato nazionale, altre più vecchie nazioni fondavano imperi, sicchè non diminuiva quella antica distanza tra loro e noi. E non sorse l’alta figura, che potesse riuscire a dare al paese quella semplice, ma immensa cosa che è la fede in sè stessi. La diffusione delle teorie socialistiche e comunistiche non poteva coglierci più deboli e stanchi e sfiduciati, talchè io non saprei trovare più convincente argomento della inattuabilità e della assurdità di tali dottrine, che questo del non aver potuto trionfare neanche della minima resistenza offerta dal debolissimo organismo statale italiano. Ci volevano ben altre più gravi e più organiche tare per consentirne presso altra stirpe la lugubre esperienza.

Al grigiore umiliante di una vita angusta di mezzi e povera di idealità, tristemente conclusa nelle piccole beghe paesane, non seppero adattarsi  alacri e fervidi spiriti, e ne venne o una lamentevole soffocazione di nobili energie, o quanto meno una acefala e disordinata dispersione nel mondo, che, mentre solo ad altri era giovevole e talora preziosa, non era poi computata a nostro credito, ma ci veniva invece rinfacciata come prova di insanabile debolezza, pitoccheria e immaturità civile. Quanti fuggirono! Quanti vinti dal tedio gettarono la vita per un qualunque bagliore di idealità: socialisti in Russia, garibaldini in Grecia, antischiavisti in Brasile! E sopra a tutti di quanta ammirazione quei nostri così grandi e ahimè così infecondi viaggiatori africani, dei quali nessuno mai eguagliò la fantastica audacia, la portentosa resistenza fisica, il pronto discernimento, l’altezza morale, l’evangelico disinteresse, la virtù del saper far tutto con nulla, uomini che favoriti dalla sorte avrebbero potuto chiamarsi Pirro o Annibale, o Hernando Cortez invece che Romolo Gessi o Pellegrino Matteucci o Vittorio Bottego. Ma dalle luminose gesta di quei grandi al pensoso lavoro di artisti, di musicisti, di tecnici, di medici, all’oscura fatica del dissodatore della steppa tunisina o della foresta brasiliana, quanto lunga teoria di forti e di buoni, morti invano, prostrati e schiantati, senza che la patria sapesse niente di loro!

A pochi arrise il successo, e neppur questo fu sempre benefico, chè appunto in causa d’esso i più videro farsi sempre più languida e insignificante l’immagine della piccola patria, mal conosciuta e male amata.

A questa non lieta generazione di insoddisfatti, di ignari, di fuorviati appartenne Giovanni Boldini. Era nato a Ferrara l’ultimo giorno dell’anno 1842 da Antonio Boldini, modesto pittore e restauratore di quadri, alle prese con i piccoli antiquari della sua città, che per pochi soldi pretendevano prodigi di ravvivamenti e di metamorfosi di vecchie croste ignobili pescaste nelle soffitte di coloro che dovevano cambiar casa. Le commissioni di quadri nuovi o di affreschi non venivano, i figliuoli da mantenere erano ben tredici, e io credo, che Cosmè Tura e Dosso Dossi e Guido Reni avranno perdonato il povero padre di tanto numerosa nidiata, se qualche volta per strappare qualche lira in più ai suoi committenti, quei modesti pennelli si saran dati da fare a simulare qualcuna delle loro grandi creazioni. Quel che è certo si è, che il povero Antonio Boldini aveva più volte giurato in casa e fuori, che non avrebbe mai permesso ad alcuno dei suoi figliuoli di intraprendere quello che egli chiamava : questo porco mestiere.

Ma il piccolo Giovannino, ottavo della covata, era un omino che pensava con la testa sua, e aveva una volontà, e sensi non comuni di libertà e di fierezza, era un omino che dava la baia ai soldati austriaci che presidiavano la sua città, e in difesa del suo fratellino minore tirava il calamaio in testa al maestro, seguace esageratamente rigido di quelle teorie pedagogiche largamente usate nelle nostre scuole di ottant’anni sono, teorie a tema unico con variazioni: scapaccioni, vergate, tirate d’orecchie e di capelli ecc. Nella disciplina severa ma amorosa della povera casa sua non doveva poi esser troppo difficile ad una piccola volontà sorretta e illuminata dall’ingegno e dalla passione trovar la via a transazioni col diniego paterno, sia pure così recisamente e pittorescamente espresso. E il piccolo Giovanni, che di nulla si appassionava tanto, quanto di scombiccherar figure, dovunque potesse, aveva trovato modo di farsi anche lui un suo studio, su nel solaio, uno studio, come quello del babbo, più bello, perché tutto suo e da tutti ignorato, solo e segreto asilo di sogni chi sa quanto audaci, hortus conclusus delle sue infantili delizie. Così almeno egli credeva; ma il babbo buono vegliava, e quando tra il ciarpame di quella soffitta, trovò una volta una piccola tela, dove il primo bagliore di una futura luce appariva, allora il babbo buono prese il dodicenne figliuolo sulle sue ginocchia, e gli disse: Bisogna che tu faccia il pittore, perché ne sai più di me. Nell’umile casuccia ferrarese l’amore paterno ripeteva ignaro le parole più alte che risuonino nel canto divino d’Omero “Non fu sì forte il padre”. E più fortunato dell’antico eroe troiano il modesto pittore ferrarese aveva la consolazione di poter assistere ai trionfi del suo Astianatte.

Lasciato libero, anzi avviato e spronato all’arte, il piccolo Boldini si gettò allo studio e al lavoro con tale ardore, che fu sul punto di perderne la vita, minacciato anch’egli gravemente dalla stessa forma di consunzione che uccideva nel frattempo un altro dei suoi fratelli. Giovanni, più robusto, potè resistere e guarire.

I tesori artistici della sua città gli offrivano prezioso materiale di studio e d’osservazione; ma sopra tutto conformò e inebriò lo spirito giovanetto quel profumo sottile di sfarzo e di opulenza squisitamente raffinata, che sembra emanare dalle larghe vie, dalle belle chiese, dai fastosi palazzo, dalle luminose pitture; profumo di bella e lieta capitale cinquecentesca, più ammaliatore forse, perché lontano e svanito, e perciò nel giuoco di una fervida fantasia pronto a risorgere più splendido ancora e più affascinante del vero. A questa atmosfera di grandezza della sua città non ancora interamente dissipata e cancellata da tre secoli di decadenza e di squallore, e non certo alle abitudini della modesta casuccia paterna si dovette quella passione per il fasto, per l’eleganza, per la squisitezza delle forme, quell’antipatia e quell’odio per le cose mediocri e misere e brutte, che fu uno dei segni caratteristici dell’uomo e dell’artista.

La previdenza benefica di uno zio canonico, elemento degno sempre di molta considerazione nella povera storia economica del nostro non ricco paese, permise alfine al giovane Boldini di uscire da Ferrara per continuare i suoi studi a Firenze. Egli aveva allora circa venti anni, e benchè nella sua città avesse già acquistato una certa notorietà quale buon ritrattista, i suoi studi più che da continuare erano forse da iniziare, perché quanto aveva sino allora fatto non aveva avuto guida, tranne quella amorosa, ma insufficiente e malsicura del padre suo.

Firenze era centro artistico di grande importanza, non solo per la prodigiosa feracità del suo grande passato, ma anche per la vivacità dell’operare artistico del momento. L’Accademia delle Arti del Disegno aveva due celebrati insegnanti: Stefano Ussi e Enrico Pollastrini, ma il fervore il vibrare della vita artistica non pareva , che venisse proprio da quella parte. Chè anzi fu proprio l’Accademia Fiorentina, la più antica e la più celebrata tra le congeneri istituzioni italiane, quella che, appunto per questa sua maggior dignità, più delle altre fu presa di mira, e per essa si appellò accademico tutto un indirizzo, uno schema, un modo di vedere e operare, al quale vivaci ed eletti ingegni fieramente furono avversi. Spirito fervido e passionale il Boldini non mancò, pur conservando il suo così personale temperamento, di trarre dalle dispute e dai raffronti e dalle esposizioni di teorie e di tendenze quei vantaggi e quegli insegnamenti che sempre da tali contrasti di idee possono trarsi. Ma se l’amicizia con Telemaco Signorini e con Giovanni Banti  lo avvicinò a quei primi macchiaioli, pure non può nei suoi quadri vedersi se non una lontana eco e una modesta sopravvivenza di quella tendenza artistica.

Intanto, mentre altri pur vigorosi artisti per quelle contrastanti vicende si rinchiudevano in un amore sempre più ristretto e geloso per il proprio piccolo mondo, e Giovanni Fattori rusticheggiava tra i suoi cacciatori e i suoi cavallari di Maremma, o Francesco Paolo Michetti svelava primigenie bellezze tra i pastori e i serpari dei suoi monti d’Abruzzo, alcuni fuggivano o tentavano di fuggire verso più vasti orizzonti. Tra questi Giovanni Boldini, fattosi già notare per taluni suoi piccoli quadri ispirati a episodi storici, condotti con fine e amorevole accuratezza e con una tecnica ricca e sapiente. Un facoltoso dilettante di pittura, l’inglese Sir Cornwallis West gli aprì la via dei successi all’estero, conducendolo seco a Londra, ospitandolo nel suo ricco studio a Hyde Park, e mettendolo in relazione con la più alta società inglese. L’elegante abilità, raggiunta dal giovane pittore italiano, ne fece ben presto il ritrattista preferito dai personaggi del gran mondo londinese, il cronista di quel dandismo un po’ romantico, un po’ decadente della felice era vittoriana.

Ma per quanto incoraggiante e lusinghiero potesse essere il successo londinese anche dal punto di vista finanziario, l’ardente ferrarese non si sentiva del tutto a posto in Inghilterra. Il suo spirito tumultuoso, vivace, mobile non trovava rispondenza in quella nota fondamentale , che è una appariscente deficienza, ma in realtà una grande forza del lento ingegno britannico: la flemma e la freddezza. Non solo, ma neppure potevan piacergli le devizioni e gli scarti che anche in temperamenti così lineari avvengono dalle ordinarie consuetudini. La gran vita britannica invero, quando voglia fare un ulteriore passo verso una brillante scapigliatura, dà nello strambo, o peggio giunge alle volte come d’un tratto da una corretta e rigida eleganza che scosta e che raffredda a certe forme quasi brutalmente orgiastiche di divertimento, che possono toccare sgradevolmente le essenziali doti di equilibio e di serenità di un latino. Parigi, signora di tutte le eleganze, specchio e modello del più sapiente e squisito epicureismo, Parigi che sa giungere all’orlo del frenetico e del volgare senza cadervi dentro, Parigi rispondeva meglio agli ideali e alle aspirazioni di Giovanni Boldini.

L’aveva veduta una prima volta nel fulgore del secondo Impero al tempo di quella memorabile Esposizione Universale che alla vigilia quasi della sfortunata guerra contro la Prussia aveva dato sensazioni così formidabili della potenza, della ricchezza, del gusto e della genialità francese. Durante gli anni della dimora inglese di Boldini Parigi  aveva visto impallidire la gloria dei suoi  capitani e dei suoi eserciti, seguirsi uno all’altro inesorabili e sempre più gravi gli insuccessi, crollare tra le ignominiose sconfitte l’Imperro. E l’assedio, la fame, il freddo l’avevano straziata, e tutta l’epopea napoleonica pareva fosse astata annullata e distrutta, quando i battaglioni tedeschi avevano sfilato in parata per l’Avenue de la Grande Armé e sotto l’Arc de l’Étoile, e tutte le glorie dell’antica monarchia pareva fossero state calpestate e infrante, quando a Versailles il re di Prussia era stato proclamato imperatore di Germania. Ed eran poi seguite le convulsioni della Comune e gli orrori della guerra civile, sempre più spietata di ogni altra guerra. E si eran dovute cedere due fiorenti regioni, e pagare quella indennità di guerra di cinque miliardi, e pagare quella indennità di guerra  di cinque miliardi, che parve allora inaudita enormità, e che l’angusta povertà di finanzieri prussiani aveva creduto  sufficiente per spezzare per sempre le reni alla potenza economica francese. Poi dopo tante immani sciagure la Francia si era sentita ancora viva e fervida e fresca, e l’aveva presa quello stupore nuovo e quella immensa letizia che invade ed esalta il convalescente da una mortale malattia. Risorgeva la speranza che è sempre più rosea e più bella di qualunque felice realtà. E intatte si ritrovavano quelle mirabili forze spirituali dei suoi figli: il vivido ingegno, l’inesauribile fede nei propri destini, la prodigiosa attitudine a trarre dal nulla, ad elevare, a diffondere, a imporre ogni propria visione, ogni propria creazione.

V’era una volta a Montmartre un cabaret du néant: tutta Parigi sa qualche volta essere cabaret du néant, e l’ingegnosità arguta, signorile dei suoi figli riesce a imporre all’ammirazione del mondo qualunque cosa: l’impero e la débacle, un grande scrittore e un abile cuoco, un illustre artista e una avvenente donnina: il signore di Voltair  e Brillat Savarin, Auguste Rodin e Cléo de Merode. I disastri del 1870-71 finirono per essere nuovo motivo di interessamento e di curiosità per tutto il mondo. La vita riprese con maggiore fervore, si trovò ancora una volta, che il vecchio fascino anche un po’sfiorito della capitale dei vinti era sempre assai più interessante, più dilettoso, più attraente, più confortevole della tracotanza nuova e non sempre aggraziata della capitale dei vincitori.

Gli artisti poi non avevano mai disertato. Non v’era altro luogo al mondo che potesse maggiormente stimolare la loro attività e meglio mettere in vista i loro talenti.

Giovanni Boldini venne a Parigi nel 1872; pensava allora di restarvi quanto fosse necessario per farsi un nome, per raccogliere una piccola fortuna e tornare in Italia, al sole della sua terra che le nebbie londinesi gli avevano reso più desiderabile e caro. Ma la vita gioiosa, fastosa, elegante corrispondeva troppo alle sue idealità, al suo genio, alla sua visione pittorica; era proprio quella che egli chi sa per quale misteriosa influenza aveva lungamente sognato fin nella povera casuccia del padre suo, o nelle angustie della sua vita di studio a Firenze. E quando nei successi sempre maggiori egli sentì, che tutta quella ricchezza, tutta quella letizia era sua, che pochi felici colpi del suo pennello gli davano ad un tempo la gioia di una creazione artistica e la lode sempre più alta, il dominio sempre più largo e sicuro di quella società dorata, si comprende come l’idea del ritorno alla piccola, umile patria lontana dovette perdere d’intensità e illanguidire ogni di più. Nei primi anni parigini studiò con fervore in molti quadretti e in molti disegni gli aspetti svariatissimi della grande città, e se queste sue più antiche opere  furono poi un po’ oscurate dalla celebrità della serie dei ritratti, se i critici vi ricercano le influenze di Edouard Manet e di Giuseppe De Nittis, non solo esse sono preziose testimonianze di quella sua brillante piacevolezza del disegno e del colorito, ma sopra tutto ci spiegano come per il lungo studio, per l’acuto spirito di osservazione e di comprensione dell’ambiente egli abbia poi saputo penetrare, riassumere e dominare la vita multiforme e l0’anima di quella società in quel determinato periodo.

Nel 1875 espose per la prima volta al Salon d’Automne, e conquistò subito l’attenzione del pubblico, nonché le grandi lodi e l’amicizia di Ernest Meissonier, di Edouard Detaille e di Hilaire Degas. E d’allora la lieta carriera trionfale non ebbe arresti né pause né deviazioni fino quasi agli ultimi giorni della vecchiezza gloriosa. Egli era il più felice temperamento pittorico che immaginar si potesse, tutto e soltanto linea, luce e colore, senza letteratura, senza politica, senza filosofia. Spontaneo, impetuoso, spavaldo quasi, non conobbe crisi di coscienza, non subì mutamenti di tendenze, non oscillò, non divagò mai. Fu preso tutto dai fulgori della vita parigina, se ne lasciò dominare, ma la vivificò, la impersonò come nessun altro. Altri grandi artisti italiani dimorarono e lavorarono in quel tempo a Parigi, e rimasero italiani, provinciali anzi, dialettali. Quello spettacolo di fasto, di signorilità, di eleganza che eccita ed esalta e feconda le brillanti facoltà creative di Giovanni Boldini, non fa presa alcuna su Antonio Mancini che a Parigi dipinge “O prevetariello” su Vincenzo Gemito che a Parigi scolpisce “O malatiello”.

Giovanni Boldini se ne inebria invece, sino al punto di trovar la sua vita, la sua forma, la sua pittura che balza dalle sue tele canora, festosa, squillante, preda quasi di dionisiaci furori, e pur nitida, corretta, signorile sempre. Come già a Firenze e a Londra ebbe qualche commissione di ritratti, e ne uscì con onore infinito. Anzi i successi dei suoi ritratti, procurandogli sempre più vasta clientela, finirono per impedirgli ogni altra pittura. Per qualche decennio egli fu il ritrattista più ricercato   dal gran mondo di tutta l’Europa e d’America. Nessuna dama elegante, nessun alto personaggio della vita politica, della letteratura, dell’arte rinunciò ad avere un ritratto di Giovanni Boldini.

E non fu una capricciosa ventata di moda questo favore del pubblico. Il gran mondo per solito così fatuo, così volubile, così male informato, così incerto e viziato nei suoi gusti, questa volta invece vide giusto, e ne ebbe giusto premio: quello d’esser  riuscito a lasciare di sè immagini che non periranno. In un ritratto di Boldini non troviamo soltanto la sapienza salda e sicura della impostatura, l’eleganza del disegno, la magia del colore, ogni più raffinata malizia della tecnica, ma una penetrazione psicologica così profonda, una efficacia descrittiva e narrativa così evidente, un’enfasi così sapiente e così dissimulata, un’amabilità cosi sorridente e così signorile, che cela ogni sforzo e ogni ricerca, e dà ad un tempo la verità e la esaltazione, la individualità e la categoria, la realtà e la caricatura, il sostantivo e l’aggettivo, lucidi e precisi, sarei per dire scientifici, come nelle più felici denominazioni delle specie animali di Carlo Linneo. Naturalmente non alludo, specialmente nel pensare al mondo che il Boldini ritrasse, alla prima definizione linneana: homo sapiens, che del resto probabilmente si riferisce a una specie estinta in epoche geologiche lontane.

Il ritratto boldiniano è pertanto non soltanto pittura, ma volta a volta carezza e pizzicotto, minnetto e scherzo, e madrigale e ditirambo e non di rado epigramma, fine e urbano sempre. Chi, avendola veduta una volta, non ricorda la mirabile figura di donna Franca Florio, lieve e trionfale nella agile figura slanciata, che sembra quasi debba salire su in alto con le spalle ignude dalla guaina carezzevole dei velluti neri e gialli che la vestono, prodigiosa come un’Ascensione del Signore, illuminata  dalla lucentezza della immensa fila di grosse perle  che le scende sino al ginocchio, e più ancora dal fulgore degli occhi, vaganti in alto, limpidi e splendenti di sole siciliano e di italiana dignità? Chi non ricorda il mezzo busto di Giuseppe Verdi , in cui la goffaggine di un cappello a cilindro vecchio tipo, di una cravatta male annodata, di una barba non troppo curata, dell’aspetto sempre un po’ contadinesco, sono vinte, debellate, sublimate dal portentoso lampo degli occhi? E quel signore non più giovane, un po’ volgarotto, non ostante l’impeccabile taglio del vestito da società, un po’ avariato nella figura, grassoccio, calvo, ma che non se ne accorge, e si compiace d’essere seduto là nell’attesa palese senza infingimenti e senza ansie, di una visita elegante che i suoi quattrini possono procurargli! Quanto invece è carezzevole e pietoso il pittore in quel ritratto di ragazzo dal fine volto aristocratico in una sala fastosa, , ma triste, gettato di traverso tra i cuscini di un sofà, con una gamba in aria, con la blouse da marinaio in disordine, scontroso, seccato di giocattoli, di dolciumi, seccato di doversi fare il ritratto, egli che nei grandi occhi supplichevoli sembra non domandar altro che una più calda carezza della mamma sua, la quale gli vuol bene sì, ma dopo le sue tolette, dopo i suoi ricevimenti, dopo i suoi balli!

Quanto è provocante, glorioso e fanfarone tale ritratto elegantissimo del conte Robert de Montesquiou! Quanto argutamente canaille in tanti ritratti di belle signore saporosamente e capricciosamente affondate tra spumeggiare di trine e di merletti, tra vapori lievi di veli e di piume, vestite si, ma subito spogliate non appena che aiuti un po’ di fantasia, fiori caldi e voluttuosi che nascono tra ombre cupe di sete e di velluti! E come questo spirito lievemente galeotto si attenua invece fino ad una pensosa pietà nel delizioso ritratto di Cléo de Merode della collezione Wildenstein! Quello averla sentita più persona per bene di molte altre rispettatissime dame non rivela forse una profonda umanità tutta italiana, quasi una evangelica delicatezza in questo pittore così spesso spregiudicato e sensuale? E’ confortevole discendere così oltre le apparenze nel mistero di un grande spirito, e ritrovarvi sane e italiche virtù di equilibrio e di bontà. Equilibrio e bontà che si rivelano anche nelle più audaci delle sue pitture, le quali si arrestano sempre in tempo, nelle zone della gioia aperta, ma umana, molle ma non sdolcinata, avvolgente ma non travolgente, fervida ma non febbricitante. Un passo più oltre, e cadremmo nella cocaina e nell’epilessia; il pittore lo sa, e sull’orlo del precipizio sa arrestare con grazia sorridente il pegaso fiammeggiante della sua fantasia.

Come da un altro segno rileviamo una chiara testimonianza della sua sana saldezza spirituale: dal suo infaticabile amore al lavoro, dalla sua coscienziosa seretà d’artista che è tormento di tutta la lunga sua vita, affrontato ogni giorno e ogni ora con ostinata tenacia di ricerca e di studio, anche poi se sa nascondersi con sorridente spavalderia sotto la spigliata bravura della pennellata. Le mani delle sue figure ad esempio che sembrano accennate con pochi tocchi trascurati, e che non altra preoccupazione rivelano se non quella d’una forma allungata e affusolata, trovano nei suoi taccuini la corrispondenza di centinaia e centinaia di mani disegnate con scrupolosa cura e con studio tormentoso, meticoloso e acutissimo. Per questa onestà di lavoratore oltre che per il felicissimo temperamento egli è e sarà molto più che il pittore di moda, frivolo e passeggero. Ne vogliamo una prova? Quel senso di ridicolo e di buffo che ci destano i ritratti degli uomini e delle donne di quaranta anni fa, specialmente se realistici, se fotografici, non lo proviamo affatto dinanzi ai ritratti di Giovanni Boldini. Dirò di più: la Mostra che delle opere di lui si è tenuta l’anno scorso a Parigi ha ridestato nostalgici ricordi e persino risuscitato talune forme di abbigliamenti femminili. Questo, perché, pur nell’aderenza alla caducità della moda, qualche cosa di vitale e di eterno è in quelle sue tele, stillato dall’anima innamorata del bello e temprata all’aspra fatica di coglierlo e di suscitarlo. Chi pertanto vorrà di qui a qualche secolo formarsi un’idea di quella società fin de siècle, che da ogni parte del mondo conveniva a Parigi a vedere e a mostrarsi, ad apprendere o ad insegnare le squisitezze tutte di una perfetta vita mondana, chi vorrà vedere i viveurs sagaci e raffinati, le donne leggiadre, spirituali, intelligenti, fosforescenti, illustrate nelle commedie e nei romanzi di Paul Bourget e di Maurice Donnay, di Marcel Prévost, di Pierre Louis e di Henri Bataille non avrà migliori testimonianze di quelle lasciate da questo pittore per luogo di nascita e per posizione sociale così lontano da quel mondo. E se il tempo trascorso avrà fatto cadere nell’oblio i nomi di quelle eleganti signore , il postero potrà battezzarle Clotilde Dumesnil o Claudine Rozay, così come le chiamarono quegli scrittori. Giustamente il Vaudoyer analizzando l’arte del Boldini ricorda delle acute osservazioni di Charles Baudelaire che sembrano scritte per lui.

“Il bello ha sempre inevitabilmente una duplice composizione. Il bello è fatto d’un elemento eterno, invariabile, la cui essenza è molto difficile determinare e d’un elemento relativo, occasionale, che sarà, se si vuole, volta a volta, o tutt’insieme l’ora, la moda, la morale, la passione. Senza questo secondo elemento che è come l’involucro eccitante, l’aperitivo della squisita vivanda, il primo elemento sarebbe inapprezzabile, non adatto né conforme alla natura umana. Di questo elemento transitorio e fugace, le cui metamorfosi sono tanto frequenti, non avete il diritto di fare a meno, se non volete cadere per necessità nel vuoto d’una bellezza astratta e indefinibile, come quella dell’unica donna avanti il primo peccato”.

Seguendo il culto capriccioso della moda, il Boldini seppe far opera concreta e vivace, seppe sotto apparenze effimere e artificiose raggiungere quello che Baudelaire chiama l’elemento di bellezza permanente, seppe creare il tipo rappresentativo d’una società e d’un’epoca. L’opera sua avrà un valore storico e documentario oltre che artistico, così come l’opera di Filippo Lippi o di Antonello da Messina per darci l’uomo del quattrocento o quello di Sebastiano del Piombo o di Giovanni Battista Moroni per l’uomo del cinquecento.

Ma l’aver sentito così intensamente per oltre mezzo secolo la vita francese ha fatto di Giovanni Boldini, come alcuno sentenziò, un pittore non italiano? Mi varrò per rispondere delle parole del già ricordato illustre critico francese: Jean Louis Vaudoyer, il cui giudizio acuto e sereno mi sembra debba essere senz’altro accettato:

“Con indiscutibile evidenza Boldini si riattacca ai grandi artisti italiani di cui egli è il tardo ma legittimo erede. La sua pittura tradisce ad ogni passo un’origine alta ed illustre. Questo artista così poco passatista, e che forse non ha mai firmato una tela, dove si riveli la lezione dei musei e il trucco dell’antico, francanente rivendica i suoi antenati: Tiepolo e Guardi, Piazzetta e Magnasco e i sapienti e fantastici decoratori oggi quasi dimenticati, che nell’Italia Settentrionale adornarono a profusione chiese e palazzi barocchi. Ma si può risalire più indietro. Il germogliare dell’arte di Boldini non deve oscuramente qualche cosa a certi pittori del Quattrocento della provincia se non della città in cui egli doveva nascere, e che vi lasciarono opere che egli fanciullo dovette vedere? Le contorsioni, gli stiramenti, le audacie lineari che un Cosimo Tura, un Carlo Crivelli arbitrariamente imposero alla forma umana, subiscono le loro estreme variazioni, e fan risplendere gli ultimi lampi nei ritratti di Boldini. Basta additare questi paragoni per vedere e per celebrare in Giovanni Boldini il più tipicamente italiano dei pittori di Parigi”.

Con forme italiane pertanto questo grande nostro pittore incarnò ed espresse come nessun altro un periodo della storia di Francia, e sene fece quasi l’arbitro e il signore. Non è questo il primo esempio negli uomini di mostra stirpe, nata agli universali, creata ai primati. La terra di Francia, pur così ferace di uomini insigni, altre dominanti figure italiane vide nel breve giro di sei o sette generazioni, e ad esse fornì generoso aiuto a brillare: Giambattista Lulli e Giulio Mazarino, Ferdinando Galiani e Gioacchino Rossini e quel piccolo Corso, a cui l’essere nato quindici mesi dopo che l’isola natale era stata annessa alla Francia, non basta a togliere il carattere di italiano.