Luigi Chirtani :”Giuseppe De Nittis” in L’Illustrazione Italiana, Milano, 31 agosto 1884 (pp.129-131):

 

“Tutto cambia, tutto varia, tutto si trasforma, ma tutto ha un momento nel quale manifesta un carattere proprio, una fisionomia spiccata che dura un tempo e sparisce; quando la nostra società presente avrà cambiato aspetto e sarà tra le cose passate, chi vorrà avere un’immagine viva delle sue forme esteriori, dei suoi lineamenti, del suo piglio speciale non potrà trovare queste caratteristiche che nei quadri di Giuseppe De Nittis.

Ecco il merito singolarissimo di questo pittore morto il 23 corrente a Saint Germain nella sua villa, ancora relativamente giovane. La sua morte lascia un posto vuoto nell’arte, né si sa chi potrà occuparlo, benché non dipingesse che prospettive e quadri di genere, secondo la classificazione sciocca della vecchia critica.

Non c’è stato, non c’è, né in Italia né all’estero, un pittore che al pari di Giuseppe De Nittis abbia intesa la vita moderna nella intima essenza delle sue forme caratteristiche esteriori e ne abbia improntato l’immagine in tela, in modo altrettanto artistico, senza miscela di elementi restrospettivi nel disegno, nel colore, nello stile, nella fattura.

Egli fece la prima apparizione tra noi alla Mostra Nazionale del 1872.  Aveva spedito i suoi dipinti in ritardo, ad Esposizione aperta. Furono tuttavia accettati collocandoli sul ripiano d’incontro delle due scale del salone dei giardini, per le quali si sale dal terreno al piano superiore.

Non erano propriamente quadri, ma studii di tema popolare napoletano, inquadrati tutti insieme su due tavole dorate. La fattura ne era così nuova, originale e spontanea, che a molti sembrarono esemplari d’un genere di pitture tanto facile da dover essere accessibile a chiunque.

Sono passati dodici anni, e nessuno ha potuto ancora tentarla. Rappresentavano spiaggie di mare e pescatori del Napoletano a grandi effetti di luce. Ricordo certi nudi di ragazzi colla pancia o con la schiena al sole, distesi sulla sabbia che parevano dipinti con un largo pennello da decorator, e disegnati da un purista con reminiscenze di scelte forme greche; parevano grandi e non misuravano più di uno o due centimetri sulla tela.

Poco apprezzato in generale tra noi e osservato dai nostri migliori pittori più come curiosità d’arte che altrimenti, nel 1867 s’era trasportato a Parigi da Napoli, ove aveva studiato sotto Smargiassi e Maldarelli, salvo errore, e co un quadro, Strada di Brindisi, si era visto di colpo ammesso dagli artisti francesi tra i pittori moderni più in grido e più originali. Da’ suoi primi dipinti era stato giudicato come dotato esclusivamente per temi meridionali e scene spietatamente soleggiate e stradali bianchi abbaglianti; dopo qualche dimora in Parigi parve nato fatto per ritrarre la vita parigina , i Quais, il Bosco di Boulogne , la Senna. Passò in Inghilterra, e la vita inglese si animò sulle sue tele più che su quelle di qualsiasi artista del regno Unito.

L’Illustrazione ha parlato molto sovente di questo straordinario pittore, ed ha dato tre volte delle incisioni tolte dai suoi quadri. Va detto però che i quadri di De Nittis difficilmente possono essere riprodotti dall’incisione, massime nelle riviste illustrate. Il merito essenziale di questi dipinti sta, più che in quelli di qualsiasi altro pittore, nel non so che. Un altro pittore potrà copiarli bene, metterci le stesse finte, le stesse sfumature, lo stesso disegno, sino ad un certo punto la stessa fattura, ma solo con un press’a poco: vi mancherà un nonnulla, in apparenza un quid che si gusta e non si descrive, quella quantità che sfugge al calcolo, quell’elemento imponderabile che ne forma l’essenza, quella somma di piccole differenze dalle quali risulta l’essere o il non essere in arte, quelle piccole differenze che fanno che una cocotte dipinta da lui è proprio una di quelle creature del mondo parigino dal giro della piuma di struzzo che porta sul cappello alla curva degli stivaletti, dai guanti ai lacci della capote. Le sue figure non sono modelli travestiti, sono veramente quali si vedono nella vita, non delle immagini tradotte in arte, riviste e corrette con delle teorie e delle idee preconcette e delle abitudini grafiche.

C’è tanto e così bene l’essenza di Londra e Parigi in quei quadri che un flaneur può passare delle ore a guardarli come le passa sui boulevards o lungo Piccadilly, a studiarci i passanti d’ogni ceto, età, classe e società; lo straccione e il ricco, il plebeo e l’aristocratico, la cocotte e la puritana, gofferia ed eleganza, sudiciume e lindura, c’è tutto ciò che vive e vegeta e lotta ed esce all’aperto nelle due grandi capitali dove si condensa una fedele rappresentanza poliglotta della civiltà e dell’inciviltà moderna sotto ogni aspetto.

Quella potenza d’assimilazione impressiva in ambienti tanto opposti come la spiaggia ridente di Mergellina e di Castellamare che paion pezzi di cielo, e gli affumicati sotto-ponti di Londra col Tamigi fulvo, lento, melmoso! Westminster visto attraverso la nebbia che appare immenso, fantastico, colossale; la Piazza delle Piramidi a Parigi con un lato in costruzione tutto occupato da ponti di legno e armature che sui elevano all’altezza di sette piani; i paesaggi, i ritrovi, le grandi strade nelle quali regna quell’essere collettivo, strano, instabile, curioso sempre, spettacoloso, che si chiama folla, in un punto fitta, condensata, rada, in un altro, sfilata a uno per uno altrove, nulla in qualche angolo, seguendo certe leggi d’attrazione delle quali nessuno ha ancora dato la definizione; poi un’eterea bellezza inglese che tiene dell’angelo, l’eleganza parigina, la guitteria delle venditrici d’acqua zorfegna (Esposizione del 1881 a Torino), una distesa d’acqua, i clivi erbosi del Kent in maggio, fioriti come davanzali; il fascino della bellezza e dell’eleganza muliebre moderna, e l’impronta sovversiva d’un artigiano malcontento; Saint-Ouen, Sydenham, e Capri: insomma quanto offre di più opposto e complicato la fisionomia del tempo nostro, il tutto in immagini fedeli e piene del sentimento di ciò che vi può essere di straordinario e poetico in tanti aspetti diversi della modernità: – ecco il campo nel quale De Nittis non ha rivali e pel quale sembra incarnare il sentimento della vita moderna.

Ecco il segreto della sua voga e dell’alto prezzo dei suoi quadri  dipinti dal vero colla febbre di chi teme gli fugga un gesto, un moto, un segno effimero, caratteristico, e coglie tutto al volo, istantaneamente come un apparato fotografico dotato di un’anima artistica che riceve l’immagine, la capisce, la traduce in un attimo estrinsecandone la vita in uno stile proprio, e una freschezza verginale di lavoro per la quale tanti non seppero definire la sua pittura che col paragone di un frutto vellutato che cade nel paniere appena tocco.

De Nittis nacque a Barletta nel 1841.Lo conobbi in occasione dell’Esposizione di Parigi del 1878: era allora un uomo molto giovane d’aspetto, e gentile; gli fui presentato dal mio vecchio e compianto amico Manet, caposcuola degli impressionisti, coi quali de Nittis fin d’allora avea stretti rapporti, e lo trovai fatto ricco in pochi anni. Avea sposata una signora francese, e ne avea un ragazzo. Guadagnava molto e s’era fabbricata la bella casa a tre piani e cantina con giardino, raccolta come un nido tra le piante che fiancheggiano  il gran viale pel quale si va dall’Etoile al Bosco di Boulogne. La casa era signorilmente e artisticamente addobbata, piena di arazzi armi, ceramiche e pitture. Vi ricevea artisti e letterati. Vi pranzai un giorno accanto ad un signore che avea acquistato poche ore prima due quadri da lui a due mila lire l’uno, sterline, s’intende, i suoi quadri allora si vendeano a peso d’oro in Francia e in Inghilterra. Dalla Francia ebbe ricchezze e onori, e la grande medaille d’honneur al Salone e la grande medaglia d’ioro, che la Francia dà così di rado agli stranieri, senza contare onoreficenze d’ogni genere; non è da meravigliarsi se da ultimo era ingrassato. E’ morto a 43 anni; egli non aveva compiuto la curva ascensionale della sua vita, né il suo grande talento aveva ancora dato tutti i suoi frutti. Imitando il conte Brazza di Savorgnan da poco, senza rinunciare alla nazionalità italiana, s’era fatto dare la cittadinanza francese: il che non ci deve permettere di deplorare con lui morto un grande artista, italiano di famiglia, di nascita, di studi, di indole artistica, apprezzato molto al disotto dei suoi meriti tra noi, mentre onorava il nome italiano all’estero colle sue opere e colla rispettabilità della sua vita.