Sette anni fa se n’ebbe  una esposizione alla Galleria Pesaro, a Milano: la gente ci capitò dentro un po’ disorientata. Federico Zandomeneghi? Il nome era italiano, ma la pittura non sembrava di casa nostra. Sembrava acida, scorticata. Per quanto Vittorio Pica, nel presentar quei pastelli, si valesse delle più lusinghevoli immagini gastronomiche paragonando il piacere di quei quadri a quello della “polpa delle fragole” o dei “granelli dei lamponi umidi di rugiada”, i collezionisti temevano l’assaggio.

Io non so perché fra tutte le esposizioni viste in tant’anni, questa m’abbia fatto tanta pena, così squallida e fredda. Il pubblico di Sartorio e di Tito disertava le sale dello straniero. E forse questo m’è restato fisso in mente tutti ei sett’anni perché in quella settimana tre persone mi fermarono per strada congratulandosi del mio coraggio, perché  avevo parlato bene di Federico Zandomeneghi – io solo – nella “Sera”.

Davvero, congratulazioni di questo genere fanno trasecolare.

Federico Zandomenghi, nato a Venezia nel 1841, vissuto tra Firenze e Venezia tra il ’62 e il ’74, passato in quest’anno dalla battaglia dei Macchiaioli toscani a quella degl’Impressionisti francesi, già nel ’75 messo in blocco dalla critica francese con Degas e Monet e Renoir, in primo piano con questa buona pattuglia, si rivede in Italia solo nel ’14 a Venezia.

Eran già trascorse dieci Biennali senza che a Venezia s’accorgessero di questo veneziano trionfante da più di trent’anni a Parigi. E racconta che ci volle tutta la sua ostinazione perché finalmente, nel ’14 gli fosse riservata una saletta.

Tre anni dopo moriva.

Ma perchè non s’era avuto subito la gioia di riaverlo con noi, e non gli si son comprati subito quadri per i nostri musei, e non l’abbiamo ripreso con noi?

Prima, buoni provinciali, potevamo anche ignorarlo; ma ora, in quella saletta di quadri e pastelli e disegni, era lì senza più neppur discussione: chiaro e franco, vivo, pungente, in quella linea ormai stabilita e caratteristica. Non c’era che da accettarlo, come l’avevano accettato a Parigi.

Quell’anno, invece, il trionfo di Venezia fu per la cupola di Chini.

E cinque anni dopo la morte, 1922, la gente si scostava   a Milano ancora dalla sua pittura, con diffidenza. Troppo franca e diritta, non romantica né classica, pareva scettica e, ancora, urtante.

Infatti la sua pittura non s’intenerisce in atmosfere languide. I suoi chiaroscuri non oscillano fluidi. La sua pennellata non è distrutta nel mistero di vibrazioni avvolgenti, ma neppure non s’ostenta in aderenze carnose e in plastiche carezzanti.

D’accento imperioso è la sua pittura.

Il suo segreto è nella sua linea, acuta, incisiva, mordente. Determina essa all’improvviso quel mondo senza riserve che all’impressionismo lombardo, in un fremente desiderio d’evasione romantica, pareva ripugnare. E se esso è più vicino a quello toscano, la sua linea è più sottile di quella d’un Fattori e più insistente di quella d’un Signorini.

Degas dev’esser stata la miglior lezione di Zandomeneghi. Ma fin dove Zandomeneghi che quel gusto della linea serrata doveva aver già imparato tra i Macchiaioli, deve davvero a Degas?

Quale è il giusto rapporto dei loro scambi?

Siamo ridotti a far, della critica, un indovinello.

Se nessun critico ha sentito finora l’interesse di studiare a fondo questo interessante italiano nella sua vita di trait-d’union, e non c’è neppure un libretto sulla sua pittura, bisogna stare attenti a non dar risposte avventate, e soprattutto a non liquidare a tutto danno di Zandomeneghi, con spicciativa presunzione, la nostra ignoranza critica.

La magia del suo segno evidentemente lo stacca dalle formule regionali dell’arte italiana. Ma solo per questo deve diventar schiavo di Degas e Renoir?

Anche De Nittis era trattato ieri, da “fuoriuscito”, come avesse tradito gli amici italiani per dipinger alla francese; ma nessuno più l, ’accusa, oggi che proprio l’amiamo come uno dei pochi artisti che hanno avuto il coraggio di diffondere, isolati, nel mondo la loro realtà d’artisti italiani.

E ora, che Somarè ha cominciato a metter gli occhi avanti su quella piattaforma di scambi dell’arte francese e italiana del secondo Ottocento, e a indicare persino qualche possibile influenza degl’italiani sui francesi, conviene almeno avventar le domande.

Federico  Zandomeneghi non è un Degas ridotto. La sua linea non è quella calda e piena, morbida e tenace di Degas. E’ più argentina, sottilissima e tuttavia ribattuta.

Nella Donna che beve c’è Zandomeneghi, non Degas, almeno quanto in un Lautrec c’è Lautrec e non Degas.

E’ una curiosa questione, questa che imprigiona la storia in uno o due nomi!

Non hanno voluto accusar lo stesso Lautrec d’esser una cattiva copia di Degas?

Anzi, Degas stesso non ha accusato Lautrec di plagio? E’ appunto su questa linea che poi gli entusiasti di Lautrec hanno voluto sottolineare il suo disegno “animato , esuberante, penetrante” in confronto – son parole di Coquiot col disegno “fisso, convenzionale” di Degas.

Tralasciamo, per Zandomeneghi, la ritorsione polemica. Non ce n’è neppur bisogno, perché a Parigi ne hanno subito sentita la personalità precisa. Appunto per questo era chiara la sua amicizia con Degas.

Degas ne aveva fatto il ritratto, in plastica, “uno straordinario busto”, ricorda Renoir a Vollard.

A Volalrd, nei colloqui pubblicati da Crès, Renoir conferma la chiara amicizia di Degas e Federico  Zandomeneghi, e ricorda anche la sua col nostro pittore, quand’eran vicini in rue Tour-laque.

“Un brav’uomo davvero! – dice Renoir – Ma brontolone. Dovevo dirgli spesso: – Vediamo, Zandomeneghi, non è colpa mia se l’Italia non ha ancora conquistato la Francia, e se voi non potete fare il vostro ingresso in Parigi vestito d’un costume di doge e montato su un palafreno!”

 

Neppure se più s’apparenta al colore fragrante di Renoir che a quello smaltato di Cabianca, il suo non è il colore di Renoir. E’ il colore coerente con la sua linea, scoperto, vivido, frizzante.

Se anch’egli ha dapprima , come tutti, cose incerte, d’un gusto esitante , e poi, più avanti, cose più forti, ma puntate su diverse vie, qui ancora marcando su certi toni profondi., là risalendo su altezze alpestri, qua sfasciando la forma in diffusioni vibranti, là inseguendola in acuti arabeschi o stringendola ferma, quand’è poi al suo punto tutto s’incentra, s’unifica, tende a una sola realtà, all’inconsapevole glorificazione di questo suo franco mondo senza tenerezze.

E’ un pittore. Ha un suo temperamento. E’ una realtà nella storia.

 

Nella Biennale di Venezia dello scorso anno, nella saletta dei toscani alla mostra dell’Ottocento, dov’eran pure alcuni bellissimi Fattori di Mario Galli,, e Signorini, lo Zandomeneghi d’Ojetti  esplodeva in un tal grido acuto, frenetico, di colore aperto, senza veli, senza echi soddisfatti, senza patine decorose, senza miscugli alchimistici, in una liberazione cinica, che davvero il desiderio di metterlo a posto un po’ meglio nella storia dell’Ottocento europeo vi diventava, per l acritica intelligente, improbabile.

Noi ci accontentiamo di segnar qui il Ritorno di Federico Zandomeneghi.

Non è più il ’14 né il ’22.

Parigi ha ora tradito il vecchio italiano. Aveva dimenticato subito dopo la morte De Nittis e tenta ora di dimenticare Federico Zandomeneghi. Anzi tenta addirittura di farlo dimenticare. Dicono che il mercato perigino gli scambi la firma con quella di Degas, realizzando più dollari, a maggior onore della Francia.

L’Italia ha ripreso nella sua storia De Nittis, e i musei francesi lo hanno rimosso in onore, in primo piano.

Tocca ora a Zandomeneghi.

 

di Raffaello Giolli. Contributo all’800,  Il ritorno di Zandomeneghi in “problemi d’arte attuale” Anno III, n, 1-2 Milano, Gennaio- febbraio 1929.