Le sale Boldini al Palazzo dei Diamanti furono aperte al pubblico nel 1935 con l’intervento attivo della Sovrintendenza alle Arti Medoevali e Moderne e l’assistenza tecnica ed organizzativa di Cesare Brandi.

Esse costituiscono un importante punto di riferimento per chi intende allacciare un primo, fecondo contatto con i temi espressivi della ricerca boldiniana. Particolarmente nota l’esemplificazione nel bianco e nero e nell’acquerello.

E’ nota la funzione che l’artista ferrarese assegnava al disegno nel quadro generale della sua attività creativa e molti amano ricordare la continuità e l’insistenza con cui preparava, attraverso il disegno, le più impegnative composizioni ad olio che adornano l’eterogenea galleria della sua produzione.

E’ evidente tuttavia che le opere realizzate da Boldini con le varie tecniche del bianco e nero acquistano sul piano storico-critico un loro valore e un loro significato autonomo contribuendo, indipendentemente dai legami evidenti con le composizioni a colori, a definire la personalità dell’artista. Valga a sottolineare questa caratteristica l’interessantissima serie di ritratti all’acquaforte della prima sala da cui il mondo morale boldiniano balza fuori limpido e incisivamente tratteggiato dentro un orizzonte espressivo che trova in se stesso le ragioni conclusive d’una presenza. Nell’approfondimento del particolare l’artista non si abbandona alla spontaneità, ma inizia e porta avanti il discorso tenendo presente sempre l’obbiettivo più complesso della sua ricerca, tendendo evidentemente ad illuminare ogni lato oscuro dell’ispirazione.

Negli acquerelli e nei disegni colorati l’ambizione narrativa si amplia nei contorni prendendo in esame soggetti di movimento e ripensamenti sentimentali conservati nella memoria.

E’ il Boldini che sembra voler evadere per un attimo liricamente dentro alla natura o che si scruta amorevolmente attorno alla ricerca dei ricordi. La sua casa ha mille angoli dove è passata la vita lasciandosi alle spalle i sentimenti di un passato che continua, parte integrante del presente. Il segno è preciso anche se spesso attenuato, il colore conserva nel tono evanescente la vivezza dei motivi che illustra serenamente, solo a volte bonariamente soffusi di ironia.

La seconda sala ci riconduce al Boldini dalle complesse e ricche composizioni ad olio e a pastello. L’itinerario di una ricerca che abbiamo riassunta nelle pagine precedenti è qui tutto rintracciabile sinteticamente. Il Boldini giovanile e vigoroso, proteso ad identificare nella limpidezza del colore, nella sostanzialità palpabile del disegno i mezzi dell’espressione, si concretizza, ad esempio, nel “Ritratto del tenente Lolli” (1867) mentre in “Le sorelle Laskaraki” dello stesso anno, già si preannuncia il contenuto umano e sociale della futura esperienza impressionista filtrata attraverso i moduli compositivi della scuola toscana. L’interno piccolo borghese, le figurine di donne compostamente inquadrate dentro di esso sono gli oggetti di un racconto che ricostruisce tutto il clima e il modo d’essere di un’epoca. Né mancano i momenti di una più raffinata problematica conquistata dall’autore all’apice della carriera. “Donna in nero allo studio di B.”, “Ritratto di signora” illuminano i metodi di una ricerca sull’individuo, sulla femminilità in chiave psicologica che si realizza dall’interno dei personaggi i cui lineamenti esteriori risuonano armoniosamente sulle note d’una tastiera cromatica rielaborata con la delicatezza e la pazienza di un certosino incantato dal perenne vibrare dei sensi. In “Ritratto di Eulalia di Spagna” invece la trama di una ricostruzione cromatica vistosa sovrasta l ’introspezione. Il risultato è più immediato, ma assai meno duraturo. E un’opera come questa, finora sopravalutata, può considerarsi come il risultato di un momento di studio e di ricerca sulla linea delle suggestioni spagnole che lasciarono pure nel ferrarese non labile traccia.

Solo apparentemente sconcertante la realtà dell’”Autoritratto al naturale” del 1911, in cui l’autore sembra improvvisamente tornare alla carnosità plastica e compositiva della giovinezza, con evidenti riferimenti classicheggianti. Boldini si pone di fronte a se stesso con la severità del mestiere a cui ha dedicato l’esistenza, e forse ha già l’occhio rivolto alla posterità. Intende evidentemente lasciare l’immagine ideale di sé restando contemporaneamente fedele all’impegno di sincerità di tutta la sua ricerca. Il risultato è esemplare, nitido e solenne. Le tonalità sono miti, ma compatte come in un’immagine di solida serenità. Ben più liberamente interpretata la sintesi dell’”Autoritratto”, del 1892, in cui l’autore non sembra nutrire ancora preoccupazioni oratorie e osa garbatamente sorridere perfino di se stesso.

Nella stessa sala è conservata, in collocazione dimessa, una delle maggiori opere del ferrarese: “Il giardiniere di Besançon”, ritratto ad olio dipinto sul fondo di una scatola di colori. Qui Boldini sembra riassumere felicemente i tratti dell’esperienza fiorentina in unità perfetta con l’arditezza del miglior impressionismo. E quasi un’esigenza espressionista fa capolino, dietro i volumi della monumentalità della figura, i segni dell’esasperazione dei lineamenti del volto dai quali si liberano i sentimenti di una sofferenza umana profonda e del tutto dominata da un senso lirico della vita.

Le sale si arricchiscono di una serie di documenti e oggetti che contribuiscono ad illuminare concretamente, per l’ondata di rimembranze da esse sprigionatesi, la personalità e la figura del maestro ferrarese a cui appartennero.

Di particolare interesse alcune opere del padre del Boldini che aiutano a comprendere il clima e la tradizione nell’ambito dei quali il pittore venne formandosi negli anni, ancora per tanti aspetti inediti, della prima giovinezza.