Federico Zandomeneghi giunse nella capitale francese nel 1874, giusto l’anno della famosa prima mostra degli Impressionisti presso Nadar, in Boulevard des Capucines. Diego Martelli, amico dell’uno e dell’altro gruppo di pittori, i francesi e i fiorentini, aveva parlato a Firenze della felice novità dei primi. Sicchè Zandò, spirito curioso, volle andare a vedere di persona. Doveva trattarsi di una rapida ispezione; ci rimase, si è detto, fino al suo ultimo giorno. Nel ’79 espone anzi col gruppo di Impressionisti, si lega di particolare amicizia con Degas e Renoir. Il romanziere Hiysmans, che fu anche critico acuto di pittura, non esitò a scrivere, proprio per quella prima presenza del nostro pittore tra gli Impressionisti: “Gli Indipendenti hanno fatto, con quel coscienzioso artista ch’è Federico Zandomeneghi, una recluta preziosa”.

Già da allora e ancora per parecchio tempo, fino quasi ai nostri giorni, si è detto che Zandò, alla fine, vive nella luce dei suoi due grandi amici. E questo è anche vero. Ma seppeinserirsi nella loro circolazione con un accento tutto suo, una visione più discreta e sommessa, ma anche con risultati originali e qualche volta anche acutamente precorritori, come nell’uso del “pointilisme” ma simbolico, con quel gusto acido e secco che sarebbe piaciuto poi anche a Toulosouse-Lautrec. C’è in lui, semmai, un’inclinazione eccessiva all’intimismo ed alla cronaca chiaaccherina del mondo femminile.

Una società tuttavia si rispecchia benissimo nelle sue tele. Come le ballerine in Degas hanno trovato il loro narratore, così le signore borghesi hanno trovato in Federico Zandomeneghi  il loro cronista. Uno sciame di donne popola i suoi dipinti, donne al bagno, nei salotti dalla fitte cortine, davanti allo specchio, mentre si infilano i guanti, o si incipriano, o scrivono lettere d’amore, sedute sui prati oppure mentre ballano al “Mouline del la Galette”, profumate come fiori nel rosso vellutato dei palchi dell’Opéra. Un sussurro, un bisbiglio, un alitare di ciprie, un frusciare di vesti e di ventagli. Questo fu un mondo tutto suo, che non prese a prestito da nessuno.

Morì nel 1917 a Parigi, il 31 dicembre. Nevicava, il funerale fu seguito da poche persone, pittori, modelle, amiche di caffè. Qualche anno prima, nel 1914, la Biennale veneziana riuscì ad esporre , dopo tante insistenze, un vasto gruppo di sue opere. Forse sarebbe tornato per l’occasione, nella sua Venezia. Attendeva però che la sua pittura fosse capita. Basterà qualche giudizio di Thovez: “La quarantina di tele di Zandomeneghi qui raccolte ci richiamano ad altri Impressionisti e soprattutto al Renoir. E’ la nota miseria dei soggetti borghesi, visti senza alcuna poesia…”. Zandò si confidò con un amico: “Nessuno dei miei vecchi amici di laggiù mi ha scritto una parola sulla mia mostra. Segno che non è piaciuta. E’ inutile che torni per farmi compatire”.

da “Selezione Assicurativa – Riunione Adriatica di Sicurtà, pubblicazione trimestrale, n. 4, ottobre – dicembre 1956.”