Vittorio Pica: Giuseppe De Nittis e il Vesuvio da L’Illustrazione Italiana, Fratelli Treves  Editori, Milano 24 maggio, 1914

 

Nell’anno medesimo del ritorno di Giuseppe De Nittis a Parigi, effettuaronsi due avvenimenti, destinati ad esercitare una grande influenza sulla sua carriera di artista e sulla sua esistenza  di uomo. Il primo fu il contratto concluso da lui, a condizioni molto vantaggiose, specie per un esordiente e per uno straniero , col Goupil , il quale si mostrò lieto oltremodo ed anche orgoglioso di averlo potuto rapire al suo concorrente Reutlinger.

Il secondo fu il suo matrimonio, celebrato il 29 aprile 1869, con una vezzosa e intelligente parigina, la signorina Léontine Gruville, di cui, alcuni anni dopo, ebbe a dire con entusiasmo : “Elle est mon camarade, mon confident, mon modèle et ma femme”.

Sentendosi alfine sicuro del suo avvenire ed essendo, d’altra parte, profondamente lieto per la sua unione con una donna giovane e leggiadra che egli adorava e che ricambiava con trasporto il suo affetto, il De Nittis trascorse, in una beatitudine calma ma profonda, i mesi dell’estate e dell’autunno tanto del 1869 quanto del 1870.

Aveva preso in affitto una linda casetta, tutta profumata e adorna di rose rampichine, alla Jonchère, presso una delle rive della Senna e poco lungi dalla Malmaison, e, per buona parte della giornata, si compiaceva a ritratrre sulla tela sul legno, col suo pennello agile minuzioso e vago di ogni più delicato accordo di tinte , le acque placide e verdognole del fiume, le filze di salici di un amabile tono argentino, i sottili veli di caligine ed i cieli di un languido pallore lattiginoso.

La moglie sua gentile, sapendo di fargli cosa grata, posava per lunghe ore, vestita di un leggero abito di mussola bianca, in una sottile e fragile imbarcazione, benchè si sentisse angosciata dalla paura, indomabile ed a grande stento nascosta, di cadere nell’acqua e di annegarvi.

Lo scoppio della guerra tra la Francia e la Prussia e le prime inattese sconfitte dei Francesi, che aveano scombussolata la vita, fino allora gaia brillante e spensierata dell’adorata Parigi, in cui egli già stavasi preparando il bravo posticino al sole della celebrità, turbarono e rattristarono profondamente il De Nittis, tanto da indurlo a cercare rifugio in Italia, insieme con la sua cara Titine.

Ed eccolo, nel novembre del 1870, di nuovo a Barletta, dimentico dei teatrali travestimenti della pittura storico-anedottica alla Fortuny ed alla Meissonier, da cui si era lasciato traviare per breve ora, e riconquistato dal carattere pittoresco affatto speciale alla monotona pianura del Tavoliere di Puglia, attraversata da larghe strade polverose e bagnata dalle pigre acque dell’Ofanto, carattere pittoresco che ben può dirsi scoperto da lui e da lui rivelato, con indiavolata sapienza evocativa, in un’attraente ed interessante serie di piccole tavole e di piccole tele.

Eccolo, di lì a poco, a Napoli, a Portici, a Resina, a Calvizzano, ad Ischia ed a Capri, ritornato all’instancabile appassionata e un po’ zingaresca vita di pittore all’aria aperta, circondato da vecchi amici e nuovi ammiratori e diventato, sotto l’aureola del favore con cui era stato accolto e festeggiato all’estero, una specie di piccolo capo-scuola, .

E Morelli e la sua corte non sempre riuscivano a nascondere un certo dispetto per le sue pose irrispettose d ribelli e anche forse pel vivo interessamento saputo suscitare nei partenopei buongustai d’arte, con quattro quadri di piccole dimensioni c’egli aveva esposti, durane il mese di maggio, in una delle sale terrene dell’Istituto di Belle Arti.

In un giorno canicolare d’estate, Edoardo Dalbono sorprese il De Nittis mentre, obbligato dal caldo eccezionale a spogliarsi di gran parte dei suoi indumenti per lavorare con maggiore comodità, ritraeva un gruppo di monelli in una piccola stanza invasa dal sole e gli fece, con rapido ed arguto segno, una caricatura assai graziosa e originale. Essa ci permette d’indovinare, sotto la grottesca esagerazione di alcune particolari caratteristiche del viso e della persona di lui, quale fosse in quel periodo l’aspetto che presentava il giovane pittore pugliese, a cui la gloria già ammiccava di non molto lontano, con un sorriso ricco di promesse.

Piuttosto pingue e di bassa statura, egli aveva la barba piena, i capelli spettinati alla francese con  una specie di frangetta sulla fronte, le mani piccolette e grassoccie, come quelle di una gentile fanciulla o di un abate mondano. Il naso, a chi bel lo guardava, presentava alla punta una lievissima stortura, mentre sotto l’alquanto corto labbro superiore sporgevano i denti bianchi, dando al volto rotondo un’espressione sorridente di continuo.Degli occhi, allorquando dipingeva, egli soleva tenere chiuso il destro, con cui vedeva poco e male, mentre il sinistro piccolo e lucente scorgeva ogni più minuto dettaglio delle cose con un acume ed una nitidezza addirittura lincee, le quali ad un Francese, alcuni anni dopo, facevano esclamare: “Monsieur De Nittis ne possède qu’un ceil seulement, mais cet ceil est une vrille!”

Pure essendo molto lontano dal poter essere proclamato un bell’uomo nel pieno senso della parola, l’insieme della sua figura riusciva gradevole e la vivacità dei gesti e della parola e la grazia affabile dei modi perfezionavano sempre più la prima impressione favorevole. Ciò spiega il ricordo di schietta e viva simpatia da lui lasciato in chiunque l’abbia avvicinato, anche fugacemente.

Cessato che fu il turbine di folle violenza distruttrice della Comune e di spietata repressione sanguinaria delle truppe versagliesi, Giuseppe de Nittis, che, qualche mese prima di lasciare la Francia, aveva avuto, nella piena fiducia del suo avvenire artistico, la pericolosa audacia di comprare per sessantamila lire un villino nell’Avenue Ulrich, da pagarsi a quote annuali, fece ritorno a Parigi.

Con sé, oltre ad una numerosa collezione di quei bozzetti di paesaggio e di figura, in cui egli eccelleva e che quasi tutti, nella loro finitezza, nella loro eleganza e nella loro completezza minuziosa, contengono in germe un quadro e valgono talvolta quanto un quadro, egli dall’Italia riportò una piccola ma preziosa tela. Essa riassumeva, in forma davvero magistrale, tutti i caratteri e tutti i pregi della sua prima e più schietta e più spontanea maniera italiana.

Esposta, col titolo “La strada di Brindisi a Barletta”, nel Salon parigino del 1872, lo rese celebre dall’oggi all’indomani.

Di dimensioni affatto minuscole, essa rappresenta una polverosa strada maestra delle Puglie in pieno meriggio estivo, mentre la percorrono, procedendo per direzioni opposte, due contadini e una vecchia carrozza sgangherata dalla cassa di un giallo vivo. Null’altro, ma così il complesso della scena come ogni più minuto particolare sono stati osservati con tanta perspicacia  visiva e sono stati riprodotti sulla tela con tanta sicura efficacia rappresentativa che colui che la fissa, con una certa insistenza dello sguardo, sentesi trasportare, quasi per incanto, nel mezzogiorno d’Italia, nei mesi di caldo afoso in cui il sole brucia ed abbacina.

E’ da notare che in questo prezioso quadrettino, il quale lodato nel 1871 a Napoli, premiato nel 1872 a Parigi, acquistato per una vistosa somma dal celebre collezionista Stewart, partiva ben presto per New-York, dove trovasi tuttavia,¹  mentre una replica ne esiste a Londra, il De Nittis, guidato dal suo mirabile istinto pittorico, dall’acume sottile del suo sguardo e dall’osservazione costante e coscienziosa del vero, aveva applicato, senza averlo appreso da nessuno, quel sistema delle ombre colorate, che doveva diventare uno dei capisaldi dell’audace e tanto contrastata riforma degl’Impressionisti francesi. Ed a costoro, che non aveva ancora appreso a conoscere e ad apprezzare, egli, in un’altra tela di soggetto pugliese, dipinta in quel medesimo giro di tempo, “Dall’alto di una diligenza”², inscientemente si accostava, non soltanto per lo studio sottile e delicato delle luci e delle ombre, ma anche per la inconsueta visione dall’alto in basso, che in seguito predilessero tanto Gustave Caillebotte quanto Camille Pissarro, nonché per l’audace bizzarria del taglio, che richiama il ricordo delle stampe a colori d’Hirosighè e d’altri gloriosi paesisti giapponesi.

Con “La via da Brindisi a Barletta”, mirabile sotto ogni riguardo, si sarebbe detto, come ebbe a rilevare il Blémont, che De Nittis si fosse proprio proposto di proclamare spavaldamente la sua fede estetica, dichiarando senza riserve che la verità debba essere cosa sacrosanta per un artista.

Ciò non pertanto, questo delizioso quadretto, sia perché l’autore era straniero, sia perché già lasciava scorgere, nella ricerca di certi effetti luminosi, propositi anti-tradizionalistici e quasi rivoluzionarii, non riuscì a strappare alla Commissione dei premii, pure tanto indulgente e prodiga, che una semplice menzione d’onore.

Però il successo presso il pubblico ed in ispecie presso la critica fu davvero fuori dell’ordinario, tanto che non ingannerebbesi di sicuro colui che recisamente affermasse che la larga celebrità internazionale del giovane pittore pugliese ebbe inizio proprio da esso.

Di tale clamorosa vittoria la eco non poteva mancare e non mancò di ripercuotersi nell’Italia, sicchè un bel giorno, al De Nittis, che assai se ne compiacque, giunsero, in forma ufficialmente solenne, le più fervide felicitazioni della città che gli aveva dato i natali e che d’allora in poi, seguì, con interessamento affettuoso ed ammirativo, le varie tappe della sua trionfale carriera artistica.

Un successo non meno lusinghiero, benchè più calmo e ponderato, come quello che non sgorgava più dalla gioconda sorpresa di una rivelazione, l’ottennero a Parigi, l’anno susseguente, alcuni quadri che gli erano stati suggeriti, mentre egli si trovava a Portici, dalla tremenda eruzione vesuviana della primavera del 1872.

Il vulcano, che strettamente congiunto alla vicina montagna di Somma, profila, insieme con essa, sul luminoso firmamento napoletano una doppia gobba assai caratteristica, Giuseppe de Nittis aveva appreso a conoscerlo e ad amarlo fino da quando, poco più che adolescente, faceva, nei pressi di Resina, le sue prime armi di pittore.

Ritornato, di lì a qualche anno, a due riprese, dalla Francia in Italia, egli erasi compiaciuto, in una collezione interessantissima di bozzetti, a ritrarre il Vesuvio durante un lungo periodo di assopimento delle micidiali sue rabbie ignifere, sotto i più diversi aspetti e sotto le luci più differenti, sfoggiando una varietà di motivi pittorici degna quasi di venire raffrontata a quella del geniale Okusai nelle famose “Cento vedute del Fusiyama”.

Quando il De Nittis ritornò a Napoli per la terza volta, dopo essersi stabilito definitivamente a Parigi, il Vesuvio erasi risvegliato. A bella prima, parve che la sua attività volesse contenersi in quei limiti di ferocia, addomesticata, che permette alle comitive di turisti stranieri, ansiosamente desiderosi di sensazioni inedite, di arrampicarsi, sorretti dalle guide, lungo le sue pendici erte brulle e costellate qua e là dalle gialle corolle dei fiorellini di ginestra e di affacciarsi  sull’orlo del vasto cratere fumicante, fornendo così al nostro pittore episodii di amabile grazia umoristica, come ad esempio le due intitolate “La discesa dal Vesuvio” ed “Il cratere del Vesuvio”le quali figuravano entrambe nel Salon de la Société des artistes français del 1873.

Le cose però, volsero ben presto al tragico e, durante circa due settimane, i larghi fiumi di lava, gli altri getti di lapilli e di acqua bollente, le fitte pioggie di cenere e le profonde voragini infuocate aprentisi d’improvviso sui fianchi della montagna rombante di continuo, distrussero in breve ora interi villaggi e prosperose zone di vigneti, uccisero o ferirono centinaia di persone , spargendo il panico più angoscioso fra le popolazioni di una delle più belle e ridenti plaghe del mondo.

Se in De Nittis, l’uomo si rattristò non poco per l’immane sciagura che colpiva con tanta crudeltà il paese in cui aveva trascorsi gli anni entusiastici della prima giovinezza, l’artista, da parte sua, non potette fare a meno di sentirsi attrarre e esaltare dalla terribilità grandiosa dello spettacolo, che si parava, straordinario ed inatteso, dinanzi ai suoi occhi.

Egli quindi non si peritò di affrontare disagi e fatiche e perfino di mettere a repentagli la propria esistenza, pure di potere contemplare a tutto suo agio talune scene di un pittoresco ultra-drammatico ed affatto singolare, che verun artista era riuscito nel passato e che verun artista riuscirà forse nell’avvenier a cogliere ed a rievocare sulla tela con maggiore esattezza di visione e con maggiore evidenza di rappresentazione di quella adddimostrata in quei due stupendi quadri che sono “La pioggia di cenere” e “L’eruzione del Vesuvio”.

NOTE:

¹Esso attualmente è esposto a Venezia, così come tutto un gruppo d’interessantissime minuscole vedute del Vesuvio, dipinte dal De Nittis nel 1872.

²Anche essa esposta a Venezia.